Una celebre frase del Gattopardo recita: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!». Mi è venuta in mente dopo aver letto il commento di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera dove si parlava dei partiti, della loro organizzazione e del fenomeno della corruzione. Panebianco mostra uno scetticismo di fondo che alla fine non mi convince. Provo a spiegare perché. I partiti italiani sono deboli, ma i leader sono migliori dei movimenti che li esprimono: Silvio Berlusconi, Pier Ferdinando Casini, Umberto Bossi, Pier Luigi Bersani, sono persone più solide rispetto ai loro partiti. A questi dobbiamo affiancare politici come Gianfranco Fini, Giulio Tremonti e Massimo D’Alema: non rappresentano il "nuovo" ma una certezza, sono dentro, non fuori dal sistema. Sono per e non contro le istituzioni. Le inchieste che stanno scuotendo il Palazzo e il gotha del capitalismo in questi giorni fanno immaginare scenari apocalittici. E possiamo capirlo. Non ci sono dubbi che siamo di fronte a fatti gravissimi, ma dobbiamo chiederci, con franchezza: cosa c’è dopo il diluvio? Togliete dal mazzo Antonio Di Pietro - il cui avventurismo non convince gli italiani - e vi accorgerete che sul tavolo restano le carte che ho citato. Qualcuno evocherà un passaggio dal Cavaliere a un cavaliere bianco che salva il Paese. È un’illusione. Al netto della propaganda elettorale, i leader di oggi dovranno prepararsi a gestire il domani e rafforzare i loro partiti, costruire un livello intermedio di politici trasparente e affidabile. Berlusconi dovrà impegnarsi a governare e finire la legislatura, Bersani a dare un’identità al Pd, Casini a creare un partito centrista autorevole, Bossi a dare alla Lega un profilo solidale e responsabile, Fini, Tremonti e D’Alema a costruire il futuro e preparare le nuove generazioni. Le parti sono già scritte, fuori da questo copione c’è un solo esito: il caos.
Non ci sarà Cavaliere bianco
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