Quic'è il problema. Nel 2009 il governo ha aumentato gli accessi alla cassa integrazione per limitare i licenziamenti, ma non ha ridotto le tasse ed altri costi sulle imprese. Un tale comportamento scommetteva su una ripresa abbastanza rapida e forte della domanda globale, cioè dell'export. Ma non è avvenuto e non avverrà perché le stime di crescita del Pil italiano per il 2010 lo prevedono attorno all'1% mentre servirebbe un balzo oltre il 3% per evitare guai. Le aziende, nel 2009, hanno resistito alla crisi utilizzando le riserve di capitale e di credito per non ridurre le loro dimensioni. Ora queste risorse si sono esaurite ed il mercato non ha ancora volumi di crescita sufficienti per far mantenere alle unità economiche la scala che avevano prima della crisi. Pertanto saranno costrette a ridurre i costi e a licenziare. In tal modo riusciranno a sopravvivere nella ripresa lenta. Ma con meno occupati. Ciò fa intendere che non è una contraddizione economica la contemporaneità tra ripresa e aumento della disoccupazione. Per contenerla il governo aumenterà gli accessi alla cassa integrazione e ne prolungherà il regime speciale di crisi? Pare intenzionato a farlo, ma c'è un limite di capacità. Se lo si supera, e la soglia non è lontana, bisognerà finanziare in deficit tale fabbisogno. Se ciò accadesse, allora si affaccerebbe da un'altra porta il problema che si è voluto evitare non riducendo le tasse: la destabilizzazione dei conti pubblici, con crisi di fiducia sul nostro debito e conseguente destabilizzazione, in una situazione di stagnazione economica con molta gente per strada non solo al Sud, ma, soprattutto, nel Nord industriale maggiormente colpito. Va detto che questo governo sa fare bene i conti e conosce le situazioni. Quindi non possiamo escludere una politica di tenuta, con tanto assistenzialismo e poca detassazione, come fatto finora. Ma, con il rispetto dovuto, forse sarebbe opportuno esplorare una politica economica alternativa che su queste pagine suggerisco fin dal lontano gennaio del 2009: detassazione e riduzione dei costi sistemici con azioni d'emergenza per stimolare la crescita interna e così ridurre e riassorbire la disoccupazione per via naturale di mercato. Anche perché la fiducia sul debito italiano potrebbe essere compromessa dalla percezione che l'equilibrio di bilancio sarà scassato dall'aumento del fabbisogno assistenziale pur il governo mantenendo una politica di rigore. Appunto, non ci può essere il rigore senza sviluppo e temo che nel 2010 ce ne accorgeremo. Questa non è una critica al governo per come ha fatto finora, perché comprensibile la priorità del rigore, ma lo diventerebbe se non cambiasse politica economica, cosa per altro fattibile. Se si vuole. Carlo Pelanda
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