Se avessi un solo biglietto a disposizione per mandare gli auguri politici di buon anno in queste ore di uscita dal vecchio, la prima tentazione sarebbe di spedirlo al presidente del Consiglio, reduce da una sanguinosa aggressione in piazza della quale gli è stato contestato da alcuni persino il diritto di sentirsi vittima. Ma, contrariamente a quanto ha sostenuto Marcello Pera sul Corriere della Sera, pur nel contesto di un articolo molto apprezzabile sul tema delle riforme istituzionali, non mi sembra che Silvio Berlusconi "adesso sia ancora più debole", e quindi bisognoso di un soccorso particolare. Non lo è né per effetto delle ferite procurategli dallo psicolabile milanese né per effetto della lunga campagna denigratoria condotta contro di lui da avversari prima incollati al buco della serratura dei suoi bagni, poi alla pennellessa di un presunto pentito impegnato per mesi a imbrattarlo come mandante delle stragi mafiose del 1992 e 1993. In realtà, con questi metodi forsennati di lotta i nemici del presidente del Consiglio lo hanno aiutato a raccogliere più consenso. Ad avere più bisogno d'aiuto nell'anno che sta per cominciare è piuttosto Pier Luigi Bersani, il nuovo segretario del Partito Democratico. Egli pensava di avere vinto alla grande nello scorso autunno congresso e primarie, ma è tornato rapidamente a doversi guardare dagli sconfitti, premuto anche dalla difficile scadenza elettorale di marzo in tredici regioni. Non sono certamente un elettore del suo partito, pur avendo amici tra i suoi esponenti, anche di un certo livello, ma auguro sinceramente a Bersani di riuscire a tirarlo finalmente fuori dal pozzo della inconsistenza in cui lo hanno cacciato i due suoi predecessori, Walter Veltroni e Dario Franceschini, rincorrendo le fobie politiche di Antonio Di Pietro. Il quale lavora indefessamente non per far tornare al governo l’attuale opposizione quando si tornerà a votare, ma solo per crescere al suo interno, ai danni degli improvvidi alleati, raschiando il barile del giustizialismo antiberlusconiano e del massimalismo sociale antiriformista, scavalcando persino la sinistra cosiddetta radicale esclusa dal Parlamento nelle elezioni del 2008. Consapevole dei vantaggi che deriverebbero al sistema democratico dalla dialettica tra una maggioranza e un’opposizione entrambe in buona salute, auguro a Bersani anche di smentire Italo Bocchino, vice presidente del gruppo del Pdl alla Camera, che lo ha recentemente contrapposto come uomo del "vorrei ma non posso" al suo compagno di partito, e forte sostenitore della sua segreteria, Massimo D'Alema, elogiato come uomo del "vorrei, quindi posso". Una simile rappresentazione è in qualche modo speculare a quella che dall'opposizione si ha interesse a fare dei rapporti, nella maggioranza, tra Berlusconi e Gianfranco Fini non per illimpidire ma per intorbidare le acque.
Per Bersani un 2010 in salita
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