BRUXELLES - È il consueto pranzo di Natale con gli eurodeputati del Pdl, che quest'anno si tiene nella capitale belga in coincidenza del consiglio d'Europa: stavolta regali solo per le donne, un piccolo gioiello a forma di crocifisso. E visto che quando si tratta di Berlusconi nulla è a caso - neanche quelle che vengono solitamente spacciate per gaffe -, anche quel dono ha il suo significato. Al grande capo i parlamentari continentali regalano invece una statua e in cambio ricevono la promessa: «Ci vedremo di nuovo, a gennaio». Sono venuti un po' tutti, visto il momento. Il premier è su di giri come ormai da due giorni. Chiede deputato per deputato che cosa facciano, in quale commissione si trovino, come stanno svolgendo il loro lavoro. Tocca a Potito Salatto, un neoeletto con antica esperienza nella Dc. Il parlamentare europeo più vicino ad Alemanno la mette così: chiede sommessamente di sapere quali siano i rapporti al vertice del Pdl, in particolare con Gianfranco Fini, «visto che di questo passo sembra di andare verso la disgregazione del partito». Ecco, l'ha detto. E ha fatto anche il nome che Berlusconi non vuol neppure sentire. Il Cavaliere si trova per la prima volta a parlare dopo giorni e giorni ad un uditorio che comprenda anche esponenti finiani, visto che negli ultimi tempi sono stati esclusi anche dagli incontri, sempre più rari, a Palazzo Grazioli. E allora cerca di rassicurare senza però cedere di un millimetro. Spiega così: «Io ce la metto sempre tutta per mediare, per comprendere tutti. Ci metto tutta la buona volontà. Sono il capo della coalizione, non solo del Pdl. E quindi devo anche tenere in conto le esigenze che mi vengono da Bossi. Però Fini puntualmente ha il suo bel distinguo, su qualunque proposta venga fatta dal partito». Insomma, si dia una bella calmata perché così non si può andare avanti, sembra dire il presidente del Consiglio. Che poi aggiunge la sua stilettata: «Il presidente della Camera alle volte sembra stia dall'altra parte». Salatto, che è l'unico parlamentare a darsi rigorosamente del lei con Berlusconi, non ci sta e controreplica: «Presidente, vengo dalla Dc e ne ho visti tanti di scontri, ma scontri veri, tra i cosiddetti cavalli di razza. Tra Moro e Fanfani. Però poi alla fine una mediazione si trovava sempre. E sicuramente a lei, che è il leader, spetta un maggior senso di responsabilità». Il Cavaliere non si scompone: «Sicuramente, ed è quello che faccio. Ma il presidente della Camera anche sul processo breve ha avuto da ridire. Non so quanto possiamo ancora continuare così». Un'altra vecchia volpona democristiana, Clemente Mastella, coglie al volo l'occasione e chiede grosso modo se il progetto del Pdl esiste ancora. Berlusconi deve forse immagina le manovre centriste e allora mette le mani avanti: «Ci sono stati tanti momenti difficili e li abbiamo superati. Supereremo anche questo». Con Fini non è tutto irrecuperabile. E anche questa è una strenna natalizia. Non è una dichiarazione di guerra; e di questi tempi non è poco. E non è un accenno di pace, ma significa che Berlusconi non la esclude. Potrebbe anche sembrare un'ovvietà e invece non va considerata tale. D'altronde dal fuorionda che ha colto in fallo Fini in poi il Cavaliere ha sostanzialmente ignorato, snobbato, il co-fondatore del Pdl. Ieri ha anche commentato in parte l'episodio: «Non posso mica accettare che in pubblico mi si dica di stare tranquillo (Fini disse nel video rubato: «Gliel'ho detto a Berlusconi, statte quieto»). Forse è lui che deve stare più calmo». I rapporti restano tesi, tanto che qualche europarlamentare all'uscita dalla sala non nasconde la propria preoccupazione. C'è tempo anche per fare una riflessione sulla Campania. Ora che la Camera ha respinto tutti i voti contro il sottosegretario all'Economia, Nicola Cosentino, finora candidato in pectore del centrodestra, Berlusconi pensa al dopo. Cosentino si farà da parte e il candidato sarà uno fuori dai giochi della politica. Forse proprio fuori dalla politica. Uno come Bertolaso, per esempio. O come il magistrato Arcibaldo Miller, capo degli ispettori del ministero della Giustizia. O come Nicola Lettieri, presidente degli industriali campani. Per il resto il premier ribadisce cose già dette in pubblico. Ci tiene a sottolineare che l'intervento del giorno prima al congresso del Ppe a Bonn è stato necessario: «Ci sono tanti leader europei che vengono da me e mi chiedono: "Silvio, ma è vero questo". "Silvio, ma abbiamo letto questo di te. È così?". Non posso restare in silenzio. Adesso mi danno pure del mafioso. Devo reagire, questo è fango non solo su di me ma sul Paese intero». Segue la solita serie di barzellette con annesso elogio berlusconiano del sollazzo: «Mi piace raccontare le barzellette, fatelo anche voi. Mettono di buon umore e ci fanno sentire più uniti». Brindisi finale e poi Berlusconi vola via sulla moquette a sfondo rosso stile anni '50, rapidamente scappa tra i passamano in ottone massiccio. Tanti saluti e grazie. Tutti in aeroporto. Il Cavaliere anche stavolta sceglie destinazione Milano. Oggi avrà un incontro con una delegazione vietnamita, domani manifestazione in piazza sul retro del Duomo con una preparazione in pompa magna: è stato predisposto anche il palco delle grandi occasioni con sfondo bianco e azzurro con tanto di pulpito e piccola scalinata. Il capo del governo non si vedrà a Roma prima di martedì. Forse ancora una trasferta all'estero, poi arriva Natale.
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