Alla fine il patto c’è stato. A metà, ma c’è stato. Un accordo difficile, raggiunto tra divergenze e toni accesi. Dopo un faccia a faccia di oltre due ore, Berlusconi e Fini arrivano all’intesa sul processo breve, ma non sulla prescrizione e sui reati tributari. «Un passo avanti», commenta a caldo il premier. E questo è. Guardando attentamente i punti sottoposti a Fini, e quelli alla fine accettati, si capisce che per il Cavaliere le note postive superano le note dolenti. Certo, spiegano dalla maggioranza, è sicuramente un accordo inevitabile, obbligato: uno strappo tra i due cofondatori del Pdl in questo momento non servirebbe a nessuno. Ed infatti si è fatto di tutto per arrivare ad un testo che potesse mettere d'accordo le parti. «Nei prossimi giorni - spiega Fini stesso immediatamente dopo il vertice a Sky - sarà presentato un disegno di legge di iniziativa parlamentare, quindi senza nessun intervento diretto del governo, per garantire che i tre gradi di giudizio si svolgano in tempi certi, unicamente per gli incensurati, in un tempo massimo di sei anni per arrivare al terzo grado di giudizio». Dal testo preparato, per lo più, a quattro mani dai due legali Niccolò Ghedini (per Berlusconi) e Giulia Bongiorno (per Fini), sparisce quindi tutta la parte sulla «prescrizione breve». Un punto su cui Berlusconi si sarebbe a lungo battuto durante il vertice, senza però spuntarla con l'alleato. Altra nota dolente: Fini ha escluso anche l'ipotesi di un emendamento sui processi tributari che favorisca Mondadori nel contenzioso con l'agenzia delle entrate, eventualità contemplata durante la discussione della Finanziaria al Senato. Mentre prende corpo dopo il faccia a faccia, invece, la reintroduzione dell'immunità parlamentare. Una prospettiva, dice ancora Fini, che «non deve destare scandalo», essendo riconosciute le garanzie del vecchio articolo 68 della Costituzione nel Parlamento europeo. Certo, ricorda l'ex leader di An «l'immunità non deve essere impunità: si tratta di garantire per il potere legislativo la possibilità che la Costituzione definisce di agire in piena autonomia senza per questo limitare il diritto del potere giudiziario di indagare». Alla fine dell'incontro, il premier rientra a Palazzo Chigi con Gianni Letta e cancella l'appuntamento pubblico della tarda mattinata a Milano. Fini si chiude invece nel suo studio con Ignazio La Russa, Giulia Bongiorno ed Italo Bocchino. Entrambi i cofondatori del Pdl tirano le somme, dopo la sfiorata rottura e la faticosa ricerca di una via d'uscita, di una necessaria compattezza da esibire all'esterno. Tempi e modi di presentazione del ddl sul processo in sei anni, annunciato con enfasi da Fini, in realtà sono tutti da definire. Quello che è certo è che il provvedimento, già allo studio dei tecnici, sarà presentato nei prossimi giorni in Senato: ci sarà prima un dibattito in commissione Giustizia e poi sarà portato in Aula. «Sarà un ddl della maggioranza ed io sarò fra i firmatari», annuncia il Presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri. In più, la norma varrà anche per i procedimenti in corso, «ma con delle limitazioni». Il presidente del Consiglio, dopo la lunga riunione a Palazzo Chigi post vertice, è tornato a Milano, «per un impegno personale», spiegano dal suo staff. E l'impegno sarebbe una riunione con alcuni imprenditori meneghini, coinvolti nell'università liberale, un progetto messo in piedi proprio dal Cavaliere. Ma l'umore di Berlusconi pare non fosse di certo al top. Anzi. Ed è quello di cui si parlava ieri pomeriggio nel Transatlantico della Camera. Con alcun interrogativi insistenti, soprattutto tra gli esponenti dell'ex Forza Italia: «Che succederà a questo punto?». «Cosa dovremo dare in cambio ai finiani per la concessione sulla giustizia». E in tempi di regionali, di qualche contropartita già si parla. Cioè che addirittura l'area An potrebbe chiedere non più la guida di due regioni, ma tre (Calabria, Campania e Lazio). «Se fosse davvero così, sarebbe davvero troppo. Praticamente, tra Berlusconi e Fini è stato fatto un accordo di Pirro», tuona un autorevole esponente azzurro. In attesa di capire cosa succederà da qui a qualche giorno (per esempio in vista dell'incontro sulle regionali tra Berlusconi, Fini e Bossi, annullato ieri, e in agenda per la prossima settimana), tornando alla questione giustizia i cofondatori Pdl sono, per ora, «concordi nel dire che il primo dovere del governo è mettere a disposizione cospicue risorse finanziarie» per ridurre il «forte disagio dei tribunali». E Berlusconi, riferisce il presidente della Camera, «ha garantito che in Finanziaria ci saranno stanziamenti per mettere in condizione il sistema giustizia di funzionare». I margini dell'intesa sono questi. Forse, per il Cavaliere, un po' risicati.
Giustizia, intesa a denti stretti
Processo breve, già pronto il ddl

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