Lamostra in modo fragoroso, assieme alla corazza lacerata del protagonista che è vittima ma non è una vittima qualsiasi, poiché è governatore del Lazio. E indica che è affare urgente chiudere il prima possibile quei rubinetti, mascherati da diritto all'informazione e goffamente gestiti dagli idraulici della privacy, che nel caso dei leader politici consentono di drenare storie privatissime nel dominio dell'opinione pubblica. Li vogliamo ricordare, o tutti, questi episodi che impastano in un una maionese pazza e indigesta privato e pubblico, istituzioni e viziosità, potere e sesso malandrino? Vado a memoria, senza pretendere completezza. Abbiamo sorriso tutti, sotto sotto, per le vicende di quel Cosimo Mele beccato in una stanza d'albergo con maggiorate e cocaina. Abbiamo già riso meno di Silvio Sircana, portavoce del governo Prodi, messo alla gogna per una foto in cui, semplicemente, si sporgeva per chiacchierare – a dirsi cosa, almeno quello, non si sa – con un trans su una via consolare romana. E poi, tutti gli italiani o quasi e pacchi di giornali stranieri hanno cominciato ad avere confidenza con le strade di Casoria, le turbe sentimentali di Veronica Lario, le stanze di Villa Certosa e Palazzo Grazioli (mancava solo qualche plastico stile brunovespista, ma al Cavaliere certe cose non si fanno), da quando giornalisti morbosetti e opposizione a corto di politica e a caccia di scoop hanno preso ad attaccare Berlusconi nello spazio privato della sua vita personale. Abbiamo anche coniato, in onore di Patrizia D'Addario, il vezzeggiativo molto anglosassone di «escort» per non esplicitare ruvidamente che le registrazioni pirate di una prostituta hanno tolto un po' di sonno a Berlusconi e offerto un po' di viagra a giornali e uomini politici impotenti di fronte alle vittorie elettorali del presidente del Consiglio. Ora, per cortesia, non facciamo gli ipocriti, ora che questa storia orrenda di sesso e ricatti, carabinieri delinquenti e transessuali loquaci, sta disintegrando (io dico ingiustamente, ma so che parlandone non miglioro certo la faccenda) l'onorabilità pubblica di Piero Marrazzo. Non facciano gli ipocriti, ora, i tanti italiani e i tantissimi giornalisti che dovrebbero spiegare perché – non lo ammetteranno mai, esplicitamente - tanto si sono prodigati a scavare negli aspetti morbosi o goliardici della sessualità berlusconiana quanto adesso si ritraggono sdegnati di fronte alla «barbarie mediatica» emersa nel paradosso di un uomo politico fatto oggetto di ricatto che, nel momento stesso in cui un'inchiesta giudiziaria si muove per difenderlo, lo massacra senza sconti come leader politico Ieri, sui telefonini di molti giornalisti, già girava lo sberleffo crudele e sopraffino: «Mi manda Rai trans»... appunto, eterna rappresentazione della convinzione che, se di donne si tratta, passi pure, ma se arriva il trans la questione si complica assai. Finito il momento caldissimo del dibattito sull'autosospensione di Marrazzo e sul coté osceno delle rivelazioni, esaurita la spinta delle indiscrezioni a riempire pagine fitte di particolari piccanti, pagine dolcissime per la nostra indicibile deriva voyeuristica, attendiamoci il solito dibattito su ciò che è lecito o non lecito pubblicare, sui confini della privacy, sulla tutela della sfera personale di una personalità pubblica. E già è facile individuare i due fronti della contesa: chi premerà per alzare le barriere di protezione della privacy del politico e chi, bastava leggere Giuseppe D'Avanzo ieri su Repubblica (non poteva fare altrimenti, ad ogni modo, pena lo sputtanamento di mesi di titolazioni), urlerà come un Tabacci che no, se scendo in politica m'assumo il rischio che ogni singolo momento della mia vita può, anzi dovrebbe, essere scrutinato dall'occhio invadente ma disinteressato delle indagini giornalistiche (o giudiziarie). Una terza via ci sarebbe, certo, è la più difficile ma è un successo assicurato, e lo ripeteremo in ogni occasione: recuperare la politica a una dimensione di maggiore sobrietà, presupposto dell'autorevolezza. Apprendere prima, e insegnare dopo, che un leader politico è colui che ha il privilegio di assumere su di sé una maggiore quantità di responsabilità, perché gestisce la cosa pubblica. Resistere di fronte alle lusinghe del potere, che apre le porte, come il paese dei Balocchi, a ogni genere di tentazione, in quella singolare vertigine che colpisce talvolta l'uomo politico ponendolo in un'autopercezione di intoccabilità e di immunità a prescindere. Nel momento stesso in cui, per primi i giornalisti, devono erigere un muro solido che crei distanze oggettive e misurabili tra la dimensione lecita dell'inchiesta, dell'indagine senza peli sulla lingua e senza complessi di subordinazione al potere, da quel sordido e fetente sottobosco di notizie sporche, ricatti a mezzo video, gente deviata non da chissà quali complotti ma da distorsioni dell'etica personale, che ogni tanto spuntano davanti alla porta di qualche direttore per offrire merce avariata per il poco senso che ci resta della decenza della politica.
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