Il Parlamento semplificato e decomunistizzato di questa XVI Legislatura lo si deve in gran parte al sedicente JFK di casa nostra. C'è di mezzo, è vero, la grottesca vicenda Villari. Tuttavia, il caso Villari segna e rimarca l'ennesima sconfitta del Pd, benché, ragionandoci su, salti agli occhi che tutti gli errori tattici di Walter sono derivati da un unico peccato originale, quello d'aver imbarcato Di Pietro. Sbaglio imperdonabile, certo, ma andrebbe anche ricordato che la classe dirigente dell'ex Pci deve saldare il debito contratto con la magistratura. Il Pds non fece la fine di Dc, Psi, Pli, Psdi, Pri non perché potesse vantare mani pulite, avendole, anzi, inzaccherate più di tutti gli altri, dai finanziamenti del Pcus sino alle prodighe società di import-export, senza farsi mancare niente della mota tangentizia di casa nostra. Si salvò, anzi, fu salvato da una magistratura strabica, distratta o reinventatasi garantista unidirezionale, nonostante gli accertati miliardi finiti alle Botteghe Oscure, i passaggi di denaro da Panzavolta a Greganti in quel di Via Veneto, i sistematici finanziamenti illeciti, l'enorme ingiustificabile patrimonio immobiliare, i ben oliati meccanismi per frodare il fisco, le nefandezze delle coop rosse. L'ex Pci, quella cambiale alle toghe la sta pagando da quando D'Alema, non Veltroni, candidò il becero Di Pietro al Mugello, dove anche un gatto randagio targato Pds sarebbe stato eletto. D'Alema lo portò nel Legislativo e Prodi nell'Esecutivo. La stessa presenza in Parlamento, da due legislature, del dottor D'Ambrosio, non riesco a non interpretarla in altro modo, se non nel senso della gratitudine dei postcomunisti verso «zio Jerry». Quindi, le pesanti corvées giustizialiste e berlusconfobiche, che il Pd sconta, non se l'è inventate Walter, semmai Massimo, il quale viene, oggi, ripresentato come l'uomo della Provvidenza della gauche, mentre negli anni s'è disvelato sempre e soltanto nelle vesti di potenzialità inattuata. Di Pietro, dunque, appartiene a D'Alema, a cui va, inoltre, addebitata la rinuncia a connotare la sinistra italiana come area socialdemocratica e/o liberalsocialista. D'Alema, sulla scia di Craxi, poteva diventare il nostro Blair, ma ebbe paura delle sue stesse lucide intuizioni. Eloquente la sua e la loro cronica fobìa: erano Pci e preferirono De Mita a Craxi; divennero Pds, quindi Ds, ora Pd, domani chissà, evitando sempre come il fuoco l'attributo «socialista». Non si spari, dunque, su Veltroni. Bisogna, anzi, augurarsi che non si pieghi a tornare alle trans-unioni di Romano Prodi: l'uomo più sopravvalutato della Storia d'Italia; l'impresentabile manager di Stato della svendita Sme; l'impiegato del diabolico Soros; il presidente, per nove anni, presso la mangiatoia dell'Iri (eppure, uscito illeso da mani pulite); quello che, agosto 1991, fece l'apologia dei golpisti neobolscevichi, tipo Pavlov, avendo in mente non la libertà e la democrazia, ma soltanto gli interessi della sua Nomisma, allora operante all'interno di un ministero sovietico. Oggi, chi delegittima Veltroni, lavora per il ritorno non del bollito D'Alema, bensì di Prodi, il leader che portò «mucca assassina» a Monte Citorio. Allora, teniamoci Walter, di sicuro il meno peggio di tutti quanti loro. Si spera soltanto che si decida, finalmente, a confrontarsi in maniera costruttiva con la maggioranza. È l'Italia a esigerlo. Gli schieramenti politici, anzi, dovrebbero, dopo la sigla - Pdl, Pd, Udc, etc. - iscrivere, a mo' di imperativo categorico, la seguente comune epigrafe: non serviamo a noi stessi, ma sempre e soltanto agli italiani.
Teniamoci Walter, altrimenti torna Prodi
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