Silvio Berlusconi, dal canto suo, presentando il libro di Bruno Vespa, si era sfilato elegantemente dalle fila dei sostenitori del referendum: «Sul referendum Forza Italia sta ancora valutando». Insomma, la politica ha annunciato a suo modo che il doppio quesito referendario proposto dal costituzionalista Giuseppe Guzzetta e che ha finora raccolto adesioni bipartisan, ma non grandi sostegni pubblici, non va bene per riformare la legge elettorale. Orientamento, peraltro, risultato evidente dall'esito delle consultazioni sul tema avviate a novembre dal ministro per le Riforme istituzionali Vannino Chiti. Ieri il mutato clima politico è stato evidente quando sei membri del Comitato promotore, tutti di area Ulivo, si sono dimessi: si tratta dell'ex ministro ds Franco Bassanini, dell'ex vicepresidente della Corte costituzionale Enzo Cheli, della presidente di «Libertà e Giustizia» Sandra Bonsanti, del deputato dl Roberto Giachetti e dei costituzionalisti Michela Manetti e Gianmario De Muro. Ora la politica si muove e, spiega uno dei referendari, «l'area riformista dell'Unione, con queste dimissioni, ha lanciato il suo segnale» alla Cdl, ma soprattutto ai «piccoli» del centrosinistra: serve una nuova legge elettorale, ma l'appoggio al referendum serviva solo da stimolo a un accordo tra i partiti. Per ora, pare, si tratta solo di una apertura di credito, ma le modifiche bipartisan possibili al cosiddetto «porcellum» sono ferme a quelle «leggere» proposte nella bozza messa a punto dal professor Roberto D'Alimonte: premio di maggioranza su base nazionale anche al Senato; divieto di candidatura multiple; abbassamento a 18 anni dell'età del voto per il Senato; eliminazione delle soglie di sbarramento più basse. Proposta assai ben vista dal Pdci, che ieri con il capogruppo alla Camera Pino Sgobio avvertiva: «No al referendum, serve una proposta dell'Unione». Insomma, pare lontano anche il cosiddetto «modello tedesco», che assegna metà dei seggi col proporzionale e metà coi collegi uninominali e prevede soglie di sbarramento più alte di quelle italiani. Un sistema che potrebbe trovare l'appoggio anche dei piccoli partiti dell'Unione, agitati dalle proposte seccamente «bipolariste» di Guzzetta e Segni e che palazzo Chigi non vuole certo scontentare adesso che bisogna stringere su liberalizzazioni e pensioni. Certo, però, dopo aver rinunciato al «ricatto» della consultazione popolare. Nella trincea referendaria, oltre a Segni e Guzzetta, restano i cosiddetti parisiani. Per il senatore Natale D'Amico, ad esempio, le dimissioni dei sei dal Comitato sono «un errore», perché «senza la spinta del referendum, non si farà nulla o si peggiorerà la legge attuale». O ancora il deputato Franco Monaco ritiene che le migliorie apportate dal referendum siano «comunque meglio» della legge vigente e paventa «soluzioni parlamentari minimaliste». Una ulteriore testimonianza che, come sostengono alcune fonti governative, la «visione» spigolosa del ministro della Difesa non coincide più con la strategia del presidente del Consiglio.
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