Tuona Silvio Berlusconi parlando con i suoi consiglieri in merito alla posizione da assumere sulla missione italiana in Libano. Si preoccupa dei nostri soldati l'ex premier che reclama regole precise: «Vogliamo sapere - incalza il Cavaliere - se il nostro Esercito sarà autorizzato a difendersi in caso di attacco nell'eventualità ci fossero forze che non rispetteranno la risoluzione dell'Onu. Esigiamo le stesse regole adottate per l'Afghanistan». E Berlusconi non è il solo a prendere posizione in una giornata «calda» sul fronte politico, nonostante le piogge in buona parte d'Italia. Gli fanno eco il vice-coordinatore Fabrizio Cicchitto, uno dei più ascoltati consiglieri di Berlusconi: «Sulle regole d'ingaggio il Parlamento dovrà essere chiaro. Bisognerà vedere se su questa impostazione, che non sarà di semplice "peace keeping" si troverà d'accordo al suo interno la maggioranza». Intevitabile una domanda: le divisioni all'interno dell'Unione sul Libano potranno portare a un nuovo voto di fiducia al Senato? «Sarebbe paradossale, il segno di una maggioranza in crisi», ha risposto Cicchitto. Dal canto Antonio Martusciello (Fi) ha osservato che «il preannuncio del sostegno della Casa della Libertà in favore della partecipazione italiana alla forza d'interposizione dell'Onu in Libano è un atto di grande responsabilità, rientra nella tradizione della nostra coalizione ed è in linea con l'intento di fondo delle nostre missioni militari all'estero». «Per rendersi conto del delicato ruolo delle missioni dei caschi blu, basti ricordare al riguardo che nel 1967, in seguito al ritiro delle forze cuscinetto sotto egida Onu, scoppiò la guerra dei Sei giorni - ha sottolineato componente della Consulta del presidente di Forza Italia -. È necessario oggi che il Paese sia informato scrupolosamente». Certo, dopo i proclami pre-elettorali di ritiro da tutto ciò che fosse filo spinato e barricate, la posizione «militare» del governo-Prodi sorprende un po' tutti. Parlare di ipocrisia forse è anche poco, ma di sicuro la Cdl non è rimasta insensibile al voltafaccia, pur mantenendo una sua linea di coerenza rispetto alla forza di pace. E anche Casini parla a chiare note: «Voteremo a favore della missione in Libano solo se il governo ci convincerà che le regole d'ingaggio saranno chiare», ha detto il leader dell'Udc che nega l'ipotesi di una «delega in bianco» all'esecutivo di Prodi per il dispiegamento dei militari italiani sulla base della risoluzione Onu, un documento «ambiguo e di difficile interpretazione su punti nodali» come, ad esempio, sul rapporto che i caschi blu «dovranno avere con l'esercito libanese e con gli Hezbollah». Per certi versi - sostiene Casini - «questa missione può essere più pericolosa di quelle in Afghanistan e in Iraq». Non va per il sottile Gianfranco Rotondi: «Prodi non cadrà sul Libano - ha detto il segretario della Dc - ma le crepe che si stanno già aprendo nella maggioranza sulla partecipazione italiana alla missione Onu preoccupano per l'immagine dell'Italia nel contesto internazionale. Escludendo l'aumento della pressione fiscale, Prodi ha messo le mani avanti, di fatto tentando così di rassicurare una parte degli alleati, ma probabilmente questo non basta».
«Le regole come quelle dell'Afghanistan»
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