E la platea del romano Teatro Brancaccio al solo sentir nominare il leader dei Comunisti Italiani - forse memori dell'ultimo duello tra Berlusconi-Diliberto in tv - lo comincia a fischiare. Il capolista di An per il Senato Francesco Storace, fresco di dimissioni come ministro della Salute con il governo Berlusconi, sorride e chiosa: «Domani i giornali titoleranno "Storace fischiato al convegno di An"». Tutti a ridere. A lui, accompagnato all'ingresso da battimano e cori a sillabare il nome, la solidarietà e il rispetto dei compagni di partito: seduto in prima fila accanto a Gianni Alemanno ha risposto a una coda lunga di persone lì per salutarlo. Come tutti ridevano, hanno riso, quando Berlusconi ha fatto la stessa battuta. Già, perché quello di Storace, sebbene sia un battutista di natura, è uno schetch del repertorio berlusconiano. L'ultima volta che il Cavaliere si è esibito in questa gag è accaduto a Perugia il 17 febbraio scorso. Ma quella di Storace non è la sola battuta lanciata contro gli organi di informazione ieri definiti dai diversi oratori come «di parte, faziosi». Su un'atmosfera simile a quella dei comizi di Forza Italia dove ciascuno - Berlusconi in testa - se la prende contro la stampa «di sinistra» (non da ultimo lo show del premier davanti alla platea di industriali) e sulla falsariga di quel clima il candidato a sindaco di Roma Gianni Alemanno che, tra gli altri, ha puntato il dito contro i titoli altisonanti dei quotidiani indirizzati a Francesco Storace nel contesto del «Laziogate»: «Storace non era stato indagato e io ho letto "Storace, travolto dallo scandalo, si dimette". Speravamo che la sinistra se ne stesse zitta, invece non è stato così». Stampa e magistratura, insomma, sono stati tirati in causa dagli oratori di destra nel teatro romano, proprio nel giorno in cui Fini, dalla Sicilia, auspicava a una «ricostruzione dei rapporti con i magistrati». Perché in fondo anche An s'è un po' berlusconizzata. E persino l'ala interna alla formazione di via della Scrofa, quella della destra sociale, quella cioè più ostile al Cavaliere, s'è convertita al verbo di Arcore. E perché? Perché forse anche Storace si sente accomunato a Berlusconi da un destino comune vittime, entrambi, di vicende giudiziarie (sebbene Storace si sia dimesso senza aver ricevuto alcun avviso di garanzia) e di «attacchi» stampa da quotidiani «faziosi». Eppure una manciata di mesi fa l'atmosfera tra i due non era la stessa e lo scontro politico - per diversità di vedute - tra An e Forza Italia era acceso. Basta fare un passo indietro, per esempio al fatto che il Cavaliere non voleva Storace candidato alle Regionali del 2000. E il 20 marzo del 2001 lo apostrofò: «Voglio ricordare quando io bocciai i tuoi manifesti d'autorità. Ricordo che volevi lo slogan "Storace il tenace". Poi si presentò con lo slogan "Scelta di campo" e si è visto come è andata a finire». Il 6 aprile del 2002 fu Storace si levò un sassolino dalla scarpa: «Quando ce vo' ce vo'», sbottò riferito alle battute sulle gambe di alcune militanti di An in prima fila, un partito che invece, a suo parere «preferisce soprattutto parlare alla testa e al cuore delle sue militanti». Il 24 settembre del 2004 era la volta delle polemiche sui listini regionali che il premier non voleva: «È una cosa senza senso, se Berlusconi ha qualche problema sulla mia lista mi chiami. Altrimenti che fa Berlusconi, mi caccia da Forza Italia? Non sono iscritto». Da Campobasso, mesi prima, il 28 gennaio del 2004 e in seguito a un incontro con Fini, Storace era stato più perentorio: «Berlusconi deve capire che An è insostituibile». E ancora, riferito a Berlusconi e in merito alle liste dei governatori regionali, Storace l'11 gennaio 2005 si rivolgeva al premier con un minaccioso «T'ha d'adattà». Ancora un intervento in romanesco per l'ex presidente della Regione Lazio allo scenario paventato da Berlusconi («miseria e morte») al quale rispose con un «grattamose» (era appena diventato presidente onorario del
Anche An si è ormai
«silvizzata»