Le regole varate dalla commissione di Vigilanza Rai sui confronti televisivi per la prossima campagna elettorale sono piovute come macigni in testa alla Lega che ora si trova costretta ad affrontare una spinosa questione. Cinque faccia a faccia, due per l'accoppiata Prodi-Berlusconi e il resto per gli altri partiti della rispettive coalizioni. Per la Cdl, quindi, i tre confronti restanti vedranno la partecipazione di An, Udc e Lega. Già, la Lega che, in qualità di alleato principale del premier non potrà esimersi dal portare in tv il proprio leader. A questo punto c'è una domanda che in molti in Transatlantico oggi si pongono: chi porterà la Lega in televisione? Certo, il leader del partito è ancora a tutti gli effetti Umberto Bossi, ma le sue condizioni di salute non gli consentono una prolungata esposizione televisiva, soprattutto se all'interno di un contenitore televisivo che si preannuncia incandescente. Per cui potrebbe optare per un collegamento esterno (anche se la rigidità delle regole lo escluderebbe). D'altronde era stato lo stesso Senatùr a sottolineare come, nella prossima campagna elettorale, la sua presenza sarebbe stata ridotta. «Sarà una campagna dura - aveva detto Bossi -, perché io ci sarò molto meno, sono stato ammalato e non è ancora finita: quindi i miei dovranno arrangiarsi da soli». E quel «da soli» ha di fatto aperto la corsa alla successione. Una corsa che, in molti, giurano si sia già aperta da tempo, ma che adesso potrebbe subire una drastica accelerazione. Chi sarà infatti a partecipare al confronto tv al posto di Bossi? La domanda è tutt'altro che peregrina visto che la scelta del «volto pubblico del partito» potrebbe essere letta dal popolo della Lega come una vera e propria investitura. Un primo passo verso la successione. Nulla di tutto questo, ovviamente, ha un ben che minimo fondo di ufficialità. La struttura «Bossicentrica» della Lega impone il silenzio. Nessuno si azzardi a pronunciare la parola successione soprattutto ora che, come ha sottolineato il ministro Roberto Maroni: «Umberto Bossi c'è ed è tornato». Ma agli osservatori esterni la questione sembra ormai essersi ridotta ad una corsa a due: da un lato lo stesso Maroni, dall'altro Roberto Calderoli. Dopotutto i due si sono equamente divisi le ultime apparizioni pubbliche e televisive. Lunedì Calderoli era a Matrix (dove è stato aspramente criticato per aver definito la giornalista Rula Jebrel «signora abbronzata») mentre ieri era al fianco di Berlusconi per la ratifica dell'accordo tra la Lega e il Movimento per le autonomie di Raffaele Lombardo. Ieri sera, invece, nel salotto televisivo di Bruno Vespa, a confrontarsi con Fausto Bertinotti, ecco arrivare il ministro del Welfare Roberto Maroni. Insomma anche all'interno della Lega sembra vigere una sorta di par condicio che nessuno, almeno per il momento, sembra intenzionato a violare. Certo, i due ministri leghisti sono profondamente diversi. Maroni, ad esempio, è una presenza più «istituzionale». In questi anni ha lavorato in un ministero delicato come quello del Welfare e ultimamente si è tolto anche qualche soddisfazione nella battaglia Alitalia e nella trattativa con i metalmeccanici. Come se no bastasse al suo ministero è legata una delle riforme forse più importanti varate dal Governo in questa legislatura: la riforma Biagi del mercato del lavoro. Calderoli, al contrario, sembra più adatto per cavalcare le battaglie storiche della Lega per attaccare più che per difendere, per provacare più che per dialogare. Certo, anche Maroni ha minacciato uno strappo sulla devolution, ma Calderoli è sicuramente più politicamente scorretto. Anche sul gossip i due si differenziano. Calderoli è balzato alla ribalta delle cronache per la sua ex moglie che è diventata un vero e proprio caso televisivo. Maroni, al contrario, è conosciuto per il suo gruppo blues. Chi vincerà tra i due? Nella Lega tutto tace.
Maroni-Calderoli, è sfida sul dopo-Bossi
Il leader della Lega dovrebbe rinunciare al confronto tv e i due sono in lista per sostituirlo
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