Politica

IL CASO

La sinistra si divide

Anzichè essere fucilato sul posto, a Giulino di Mezzegra, il 28 aprile 1945, poco dopo la cattura sulla strada verso la Svizzera, il capo del fascismo avrebbe dovuto passare, secondo il presidente dei Ds, per un processo come quello che a Norimberga fu fatto ai gerarchi nazisti (molti dei quali, peraltro, condannati egualmente a morte). Se il proposito era quello di provocare una riconsiderazione di questo episodio (seguito, il giorno dopo, dal vilipendio del cadavere in piazzale Loreto a Milano), il presidente dei Ds non sembra aver raggiunto lo scopo. Le sue affermazioni sono contestate sia sotto il profilo dell'opportunità («non ha senso - per Piero Fassino - riaprire questa pagina, che si presta soltanto a un revisionismo storico strumentale»), sia sotto quello della ricostruzione storica (Armando Cossutta ricorda al presidente dei Ds che Mussolini non fu ucciso «senza processo», ma giustiziato in esecuzione di un ordine legittimo del Comitato di liberazione nazionale, ed «in nome del popolo italiano»). Il maggior apprezzamento per D'Alema arriva così da chi, sul punto, non aveva bisogno di cambiare le proprie idee. Alessandra Mussolini, nipote del capo del fascismo, giudica apprezzabili, anche se «tardive», le parole di D'Alema, perché vi legge non solo il riconoscimento del fatto che l'uccisione di Mussolini sarebbe stato «un atto vigliacco e inaccettabile», ma soprattutto la conferma delle posizioni tradizioni della destra nostalgica, per cui la Resistenza non sarebbe stata guerra di liberazione, ma «una guerra civile». Diverso il commento del presidente del consiglio, Silvio Berlusconi. Il quale apprezza che D'Alema abbia «cambiato idea» su Mussolini, ma sostiene che i Ds arrivano in ritardo, su Mussolini come su Bettino Craxi, che prima hanno «linciato» mentre Fassino lo inserisce «tra i padri del socialismo italiano». Per questo, è la conclusione ironica, «non mi stupirei se tra 10 o 20 anni riabilitassero anche Berlusconi».

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