Politica

Berlusconi: più imprese e meno finanza

«Abbiamo una grande economia. Ma siamo un Paese ricco che non sa utilizzare le proprie ricchezze»

«Che bello, che bello... sarebbe bello poter affrontare tutti i problemi con spirito unitario, lavorando nell'interesse comune, al di là degli interessi di parte...». Silvio Berlusconi conclude così il suo breve intervento di saluto nel corso della cerimonia di presentazione, a Palazzo Chigi, delle prossime olimpiadi invernali di Torino. Il presidente del Consiglio ha portato ad esempio proprio la collaborazione stretta delle autorità locali, di qualsiasi provenienza politica, con quelle sportive per rendere possibile la realizzazione in Italia di questa manifestazione. E fa delle proposte concrete: «Forse potremmo investire più in impresa e non solo nel settore finanziario». E la sua è un'iniezione di fiducia sulla salute del nostro paese. «Pescante prima diceva che quando si fa qualcosa di buono in Italia si parla di miracolo. Ma l'Italia è il paese dei miracoli. Quindi, non dobbiamo stupirci, perchè noi abbiamo fatto miracoli. e anche quelli prima di noi ne hanno fatti tanti». Proprio qui - ricorda il premier - in occasione di un incontro con Blair, approfittando di avere la stampa inglese, rispondendo ad una domanda ho vantato che cos'è l'Italia. Non credo che dobbiamo ritenerci un paese che ha qualcosa da invidiare agli altri più grandi ed economicamente più importanti. Ma siamo una delle prime sei-sette economie del mondo, siamo i sesti contributori delle Nazioni unite, siamo i terzi contributori dell'Europa, apparteniamo al G8, agli otto maggiori paesi industrializzati. Siamo il terzo paese al mondo come numero di soldati impegnati in tutti i teatri dove si deve conservare la pace. Siamo quindi un paese ricco che forse non sa sfruttare così tanto bene la sua ricchezza». Quindi bando alle lagne. Meglio rimboccarsi le maniche e andare avanti. Il premier però non dimentica il partito unico. Infatti è noto che per lui bisogna andare avanti e presentarsi agli elettori con un soggetto «diverso e nuovo». E se gli alleati diranno «no» al partito unitario del centrodestra, sarà Forza Italia a sciogliersi dentro il «partito nuovo», nel quale potrebbero convergere anche fuoriusciti di Udc e An nonchè movimenti e realtà provenienti dalla società civile. Il modello Ppe - avrebbe ripetuto in più occasioni - forse è ormai già superato, probabilmente dobbiamo andare oltre... Il premier non ha messo nel cassetto il suo progetto di un nuovo soggetto della Cdl, ma il cambio del termine da lui utilizzato, «partito nuovo» e non più «partito unico», non sarebbe solo un vezzo semantico. Innanzi tutto il premier ha incaricato alcune agenzie di marketing di studiare nuovi nomi e nuovi simboli. Alcuni sono stati già disegnati e sono stati registrati a scanso di equivoci. Nessuno degli interlocutori passati a Palazzo Grazioli ha però potuto vedere bozzetti o loghi. La realtà, riferiscono quanti hanno parlato con lui, è che Berlusconi sta lavorando a varie piste e, a seconda di quella che sarà imboccata alla fine, verrà buono l'uno o l'altro dei simboli e dei nomi. C'è anche una possibile variante: quella di creare sì un partito nuovo, ma di lasciare in vita Forza Italia. Si tornerebbe al «Forza Silvio» immaginato a novembre, quando il premier intraprese il suo braccio di ferro solitario sul taglio delle aliquote Irpef. E che accrescerebbe la simmetria con il centrosinistra nel caso ci fosse una Lista Prodi. Questa variante, suggerita da alcuni dirigenti azzurri, non è però la soluzione preferita dal premier, perchè non garantirebbe una sufficiente discontinuità. «Serve un brand davvero nuovo» ha più volte detto il Cavaliere. Se si arrivasse al Partito nuovo, si passerebbe per un congresso straordinario di Forza Italia, che verrebbe convocato dal Consiglio nazionale del partito ai primi di luglio per una data autunnale (ottobre-novembre). Questo non vuol dire però, come ha riferito il coordinatore Sandro Bondi, la smobilitazione di Forza Italia. Per questo è partito il cosiddetto «motore azzurro», cioè una macchina elettorale divisa in 10 gruppi di lavoro, sullo st

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