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Garlasco tra inchiesta e processo mediatico, Sansonetti a De Rensis: "Nessuna prova"

Ignazio Riccio
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"È sempre Cartabianca", martedì 12 maggio su Rete 4, ha dedicato ampio spazio al caso che da quasi vent'anni non smette di interrogare la coscienza giudiziaria del Paese. Bianca Berlinguer ha ospitato due voci tra le più scomode del dibattito italiano: Antonio De Rensis, uno degli avvocati penalisti più noti d'Italia, difensore di Alberto Stasi, l'unico condannato per l'omicidio di Chiara Poggi avvenuto nel 2007 a Garlasco, e Piero Sansonetti, giornalista, scrittore e opinionista, direttore de “l'Unità”. Uno difende l'uomo condannato in via definitiva. L'altro osserva da giornalista garantista. Ma entrambi, ciascuno a modo suo, puntano il dito contro lo stesso bersaglio: il processo che si consuma fuori dalle aule di tribunale. 

 

De Rensis ha avuto un ruolo cruciale nella riapertura delle indagini su Garlasco, portando alla luce nuovi elementi che hanno coinvolto nel registro degli indagati Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi. In studio, l'avvocato bolognese ha scelto di sfidare direttamente i presenti sul terreno della coerenza intellettuale. Il suo intervento è stato un appello diretto, quasi provocatorio, rivolto a tutti.

 

“Ripeto – ha dichiarato – ognuno è libero di scrivere e dire ciò che vuole nel rispetto della legge, ma io faccio una domanda alla vostra onestà intellettuale, anche quella della dottoressa Aviero, che è una persona onesta, seppure nella trasmissione nella quale lavora c'è un orientamento non sempre favorevole ad Alberto. Se noi avessimo trovato nel cassetto di Alberto Stasi riferimenti a stupri come affermazione dell'uomo sulla donna o altre cose, cosa sarebbe successo 18 anni fa?”. È una domanda che pesa come un macigno. De Rensis non accusa direttamente nessuno, ma mette in luce il meccanismo selettivo con cui certi elementi vengono amplificati e altri ignorati, a seconda del soggetto sotto i riflettori. La sua è una difesa che non si limita alle aule di tribunale: si combatte anche, e soprattutto, nella percezione collettiva.

Sansonetti, dal canto suo, ha scelto innanzitutto di ricordare le vittime umane di questa vicenda. “Conosco anche il papà di Stasi – ha detto – che è una delle vittime di questo processo indiziario, perché è morto, è morto di dolore alla fine del terzo processo”. Una nota personale che ha cambiato il tono della conversazione, riportandola su un piano umano prima ancora che giuridico. Sansonetti ha poi dichiarato di avere sempre creduto nell'innocenza di Stasi, o quantomeno nell'impossibilità di condannarlo data la mole di dubbi residui. E pur ammettendo che i nuovi indizi a carico di Sempio sembrino più consistenti di quelli del processo originario, ha mantenuto la barra ferma sul principio fondamentale del diritto penale: “Io voglio sapere: esiste o no un articolo 533, mi pare, del codice penale che dice che si può condannare solo oltre ogni ragionevole dubbio?”.

 

La risposta, implicita, è nel quesito stesso. E da lì Sansonetti è passato ad affrontare il tema del processo mediatico. “Anche il grande effetto mediatico di tutta questa vicenda c'era già stato nella prima vicenda, perché io mi ricordo che qualche grande giornale uscì con un libricino che condannava Stasi prima ancora che fosse condannato dalla Cassazione della Corte d'Appello. Il processo mediatico ci fu anche allora, ora c'è di nuovo il processo mediatico, perché? Perché non ci sono le prove, è questo il motivo, e se ci fossero le prove non litigheremmo, non ci sono per nessuno dei due, nessuno dei tre”, ha aggiunto

Il confronto andato in scena ad "È sempre Cartabianca" ha il merito di nominare ciò che spesso resta sullo sfondo dei dibattiti televisivi: la televisione stessa, e più in generale il sistema mediatico, come parte attiva nella costruzione della verità percepita intorno a un processo penale. Quando le prove mancano - o sono ancora al vaglio degli inquirenti - il vuoto viene riempito da interpretazioni, retroscena, perizie di parte e narrazioni che si sovrappongono all'inchiesta giudiziaria fino quasi a sostituirla.

Garlasco è, in questo senso, un caso paradigmatico. Dal 2017, quando De Rensis chiese per la prima volta la riapertura del caso presentando una perizia di parte che dichiarava compatibile il DNA trovato sotto le unghie della vittima con il profilo di Andrea Sempio, la vicenda ha vissuto un'accelerazione mediatica senza precedenti. Ogni atto dell'inchiesta è diventato notizia, ogni dichiarazione un evento.

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