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Prince, il folletto del pop a dieci anni dalla morte

Carlo Antini
Carlo Antini

Parole e musica come ascisse e ordinate

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Da qualche parte si aggirerà ancora dalle parti di Paisley Park, in Minnesota. Nella residenza di lusso che usava anche come studio di registrazione e che oggi si è trasformata in un museo meta di infiniti pellegrinaggi. Prince Rogers Nelson aveva creato il luogo fisico del suo cuore dove musica e passioni si intrecciavano in una perfetta fusione di arte e vita. «Dove le ragazze ciondolano sull’altalena e il colore dominante è l’amore». Sono passati esattamente 10 anni da quando ha abbandonato quel luogo dopo un’overdose di Fentanyl. Ma il 21 aprile ci ricorda che il funk può essere anche una religione, la chitarra un’arma di seduzione e il viola un manifesto esistenziale. Dieci anni senza Prince, eppure sembra ancora che, da un momento all’altro, possa sbucare dietro le quinte con tacchi alti e sorriso sornione.

Prince non è stato semplicemente una popstar. Era un cortocircuito di generi, epoche e identità. Uno capace di prendere James Brown, Jimi Hendrix e Stevie Wonder e metterli insieme aggiungendo dosi di erotismo, talento e alienazione. Il risultato qualcosa che non si poteva etichettare e, infatti, lui non ci ha provato mai. La grandezza sta nella libertà. Libertà di scrivere, produrre, arrangiare e suonare praticamente tutto da solo. Libertà di cambiare nome trasformandolo in acronimi come Tafkap (The Artist Formerly Known As Prince) oppure in un simbolo impronunciabile (il «Love Symbol») solo per fare un dispetto all’industria discografica. Libertà di pubblicare dischi a raffica quando gli altri erano fermi al «facciamo uscire un album ogni tre anni». Prince non seguiva le regole: le ignorava con stile o, al massimo, le dettava.

E poi c’era il palcoscenico. In fatto di presenza, Prince ha collezionato una bacheca di premi da far impallidire un museo. Memorabile la sua performance al Super Bowl del 2007 sotto una pioggia torrenziale trasformata in coreografia: quando parte «Purple Rain» e lui emerge in una silhouette viola contro il cielo è chiaro che non siamo più nel territorio del pop ma già nel mito. Si racconta che, dopo aver visto Michael Jackson interpretare «Billie Jean», Prince abbia deciso di alzare ulteriormente l’asticella perché «non poteva lasciare a qualcuno il titolo di uomo più spettacolare del pianeta». E quando gli chiesero di partecipare al progetto benefico «We are the world», pare abbia risposto con un elegante «no, grazie», preferendo registrare una sua canzone altrove. Non per snobismo ma perché Prince era un sistema autonomo e autosufficiente.

La sua influenza è ancora ovunque. Senza Prince il pop moderno sarebbe meno audace. Artisti come Bruno Mars, The Weeknd, Janelle Monáe o St. Vincent devono moltissimo a quella miscela di sensualità, groove e sperimentazione che ha saputo codificare. Anche nel rock, la sua idea di chitarra come strumento espressivo totale ha lasciato il segno: pochi hanno saputo essere così tecnici ed emotivi allo stesso tempo. Poi c’è la questione identità. Prince ha giocato con generi, sessualità e immagine in modo rivoluzionario, molto prima che diventasse un tema centrale nel dibattito culturale. Non chiedeva il permesso, non spiegava: semplicemente era. In un mondo che ama etichettare, lui era un caleidoscopico enigma vivente. Le sue canzoni sono un catalogo di stati d’animo. «Kiss» è puro minimalismo funk che si incolla alle orecchie, «When doves cry» un esperimento sonoro senza basso che, però, funziona alla perfezione, «Sign o’ the times» è cronaca sociale travestita da groove. «Purple rain» una cattedrale emotiva costruita su accordi, lacrime e assoli infiniti. «Sometimes it snows in April» poesia tradotta in note.

A dieci anni dalla morte, Prince non è diventato nostalgia: è diventato linguaggio. Ogni volta che un artista osa di più, mescola generi in modo irriverente, sale sul palco con l’idea di incendiarlo, a Paisley Park c’è un piccolo spirito di folletto che sorride.
 

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