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Ospedale Gaza, Paragone: Hamas ci sta fregando con la sua logica terroristica

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Gianluigi Paragone
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Nessuna ricostruzione riuscirà a dirci con esattezza chi ha fatto partire il razzo che ha provocato la strage all’ospedale di Gaza. E quand’anche ci fossero più elementi a favore di una tesi piuttosto che dell’altra, non credo che le posizioni dei commentatori e dell’opinione pubblica cambierebbe, nel senso che assisteremmo comunque alla radicalizzazione delle proprie convinzioni. Era l’intento di Hamas. È l’intento sottile, vigliacco, velenoso, dei terroristi i quali - non va dimenticato - hanno riacceso la guerra e ne stanno guidando le evoluzioni secondo un piano tutt’altro che improvvisato. Il crudele e durissimo attentato del 7 ottobre era funzionale al congelamento degli accordi di Abramo e alla esasperazione delle posizioni in campo; ieri l’altro la strage nell’ospedale di Gaza - al netto dell’attribuzione delle responsabilità - ha già prodotto contestualmente la divisione nel campo arabo-palestinese e un corto circuito al tentativo di mediazione con gli Stati Uniti in prima linea.

 

 

Hamas, Hezbollah, Iran non hanno freni in questa discesa agli inferi, in questa guerra dove terrore e caos sono obiettivi imprescindibili. Hamas ha immediatamente assegnato la titolarità dell’attentato all’ospedale a Israele, comunicando persino una cifra enorme di vittime; Israele ha usato prudenza cercando di mettere assieme i pezzi arrivando e solo dopo quattro ore ha offerto la sua ricostruzione. Questa scelta però ha consentito ad Hamas di «occupare» velocemente la casella della «verità» e di avviare la sua propaganda. In questa prudenza c’è lo stesso atteggiamento per cui - responsabilmente - il governo di larghe intese israeliano non ha voluto rispondere all’attacco del 7 ottobre con quella sete di vendetta che legittimamente poteva covare nella popolazione. Hamas ci sta fregando con la sua logica, una logica che non vogliamo leggere per quella che è: terrorismo, jihad. Non c’è altra logica se non questa, dall’inizio. E con la stessa logica ci tiene divisi tra le ragioni di Israele e quelle del popolo palestinese senza capire che ad Hamas non interessa il rispetto di quelle persone, esattamente come non interessano le vite umane, a partire dalle loro, rispetto alla missione.

 

 

Il capo di Hamas sta nel Qatar perché non è un «soldato» ma è il «regista» di una partita più complessa e nello stesso tempo drammaticità. Una partita dove il mondo globale torna a spezzarsi in parti, in parti radicalizzate, mettendo in crisi - e dovevamo capirlo per tempo - i modelli organizzativi novecenteschi che oggi appaiono sfibrati. Chi ha controllato il flusso dei soldi stanziati per migliorare le condizioni di quelle genti? Chi sta controllando l’Africa, dove la predicazione Daesh è quanto mai viva? Chi ha capito che la migrazione incontrollata è nemica di una visione politica che non sia quella di una globalizzazione fallimentare?

 

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