Ministro Matteo Piantedosi, a sinistra è scoppiata una crisi isterica sull’abolizione del bollo auto. Come se lo spiega? Erano davvero così affezionati a una tassa o il problema è che il governo ha approvato un beneficio concreto per milioni di famiglie?
«La propaganda politica spesso induce a fare valutazioni totalmente svincolate dalla reale portata dei problemi. Il bollo auto è stato da sempre considerato come una delle tasse più detestate dai cittadini. Ma qualcuno si sente già in clima elettorale e fa prevalere la critica pregiudiziale rispetto alla oggettiva valutazione di misure che sono indiscutibilmente positive».
Guardando all’opposizione: lei ha capito chi dovrebbe guidare la coalizione che si presenta contro di voi? C’è un leader, o solo un cartello elettorale?
«Non mi addentro in questioni che non mi riguardano. Tutti hanno giustamente rilevato le profondissime differenze che ci sono tra le varie anime delle opposizioni, tanto che a pochi mesi dalla fine della legislatura nel cosiddetto campo largo è ancora tutto da definire. A fronte di ciò rilevo che Giorgia Meloni è ormai riconosciuta a livello internazionale come una leader autorevole e il centrodestra rappresenta l’unica vera proposta di governo del Paese, in virtù di una sperimentata coesione e di un autentico programma del tutto condiviso».
Se non c’è un programma comune, cosa resta? Un’unione sacra contro il «presunto fascismo»? È questa, oggi, l’unica colla della sinistra?
«La retorica antifascista – e il connesso allarme di un pericolo fascista incombente – ha, troppo a lungo, costituito il collante di un fronte politico frammentato e privo di un concreto progetto per il futuro del Paese. Si tratta di una stanca litania che ha ormai fatto il suo tempo e non attrae quasi più nessuno tra la gente comune che è consapevole che siamo, pure nelle legittime divisioni, un grande Paese libero e democratico. Anche per questo andremo a elezioni in tutta tranquillità e vincerà chi convincerà i cittadini di essere il miglior interprete dei loro bisogni futuri. Per quanto di mia competenza, alla guida del Viminale, il mio principale obiettivo è per l’appunto quello di accompagnare il Paese al voto, favorendo un clima civile di confronto».
Loro si definiscono «per la Costituzione». La domanda è secca: secondo questa narrazione voi sareste “incostituzionali”. Lo è il calo dei reati, il calo degli sbarchi, l’aumento dei rimpatri, o lo è solo il fatto che governate voi?
«È una polemica ricorrente che si fonda sul presupposto di cui parlavo prima: in mancanza di idee concrete e in assenza di motivazioni altrettanto concrete per censurare i provvedimenti ed i risultati ottenuti dal governo, ci si rifugia in una costante censura di incostituzionalità di tutto quello che viene proposto dalla maggioranza. Ma a crederci sono sempre meno persone. Il dibattito pubblico ha bisogno di recuperare il rispetto dell’avversario e il confronto su temi reali. Il centrodestra entra nell’ultimo anno di legislatura con molti risultati tangibili: aumento dell’occupazione, calo dello spread, crollo degli sbarchi e aumento dei rimpatri, rafforzamento del ruolo internazionale dell’Italia, crescita dell’export. Partiamo da questi punti di forza che non possono essere condizionati da letture distorte della realtà».
Bilancio di quattro anni al Viminale: quali numeri lei considera irrefutabili su reati, organici delle forze dell’ordine e contrasto patrimoniale alle mafie?
«Come le dicevo: il crollo degli sbarchi con il raddoppio dei rimpatri; il calo dei reati più gravi, a cominciare dagli omicidi; il record di assunzioni tra le Forze di polizia; l’aumento dei beni confiscati alle mafie e tra questi quelli restituiti alla società civile; le operazioni anticrimine; le iniziative per assicurare sempre di più la presenza dello Stato sul territorio. Si tratta di un quadro generale di cui personalmente sono molto soddisfatto anche se ovviamente non mi sento appagato. In questo senso, abbiamo ancora tempo per completare il lavoro».
Quali cose invece restano incomplete?
«I risultati ottenuti in tutta evidenza sono rilevabili dalle statistiche che mostrano un calo dei reati sempre più evidente. Nonostante le numerosissime operazioni di polizia, gli arresti e le denunce la percezione di insicurezza da parte dei cittadini resta ancora alta. Io credo che questo avvenga perché in Italia si definisce un problema di sicurezza quello che in realtà è un problema di giustizia. Il tema, infatti, non è tanto relativo alla prevenzione dei reati quanto alla effettiva sanzione di chi sbaglia. La grande sfida è proprio una maggiore certezza della pena. Le Forze di polizia individuano quasi sempre nell’immediatezza i responsabili di reato che tuttavia, molto spesso, tornano liberi dopo poche ore. Questo avviene in conseguenza di un quadro normativo che, nel tempo, ha creato una divaricazione evidente tra la adeguatezza delle sanzioni che vengono comminate e il giudizio che i cittadini ne danno. Forse è avvenuto perché, troppo a lungo, si è perso il punto di vista della vittima del reato».
Sbarchi: dal picco del 2023 si è scesi in modo netto nel 2024, nel 2025 e ancora nel 2026. Negli ultimi due anni, oltre l’80% di sbarchi in meno. Quanto è merito degli accordi con Libia, Tunisia e Paesi di origine, quanto delle norme italiane, quanto del cambio di clima in Europa? Tutte cose di cui lei è stato assoluto protagonista, peraltro.
«Tutti i risultati raggiunti sono attribuibili alle iniziative che ha messo in campo questo Governo. Gli accordi stipulati con i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori sono un tassello fondamentale. Per definirli io stesso ho girato in lungo e in largo i paesi del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Sud Est asiatico. È stato un lavoro faticoso che è stato possibile programmare grazie anche alla stabilità e alla durata del governo. Ma i risultati ora si vedono e sono presi a riferimento dall’Europa: il nostro ruolo da protagonisti in questo settore è oggi un punto di riferimento per le politiche europee».
Rimpatri: lei ha indicato la soglia simbolo dei 10.000 nel 2026. A che punto siete?
«Siamo a quasi 6.400 rimpatri, con un ritmo crescente che lascia ben sperare. Rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti, non si era mai registrato un numero così elevato di persone rimandate a casa, soprattutto in rapporto agli arrivi».
Sequestri e confische: oltre 8 miliardi sottratti alle mafie e un salto nella destinazione dei beni. Quanto di questo patrimonio è davvero tornato ai territori, e quanto resta ancora bloccato?
«Abbiamo investito molto non solo sulla capacità di apprensione di questi beni, ma soprattutto sulla possibilità che venissero reimmessi nei circuiti legali e preferibilmente destinati alle società che avevano subìto i fenomeni mafiosi. Grazie agli investimenti messi in campo per potenziare l’Agenzia per i beni confiscati, su un patrimonio di oltre 37 mila beni sottratti alle mafie, più di 22 mila sono stati restituiti alla collettività in questa legislatura. Nel solo 2025 sono stati destinati oltre 8 mila beni, il 300% in più rispetto a quanto fatto dai governi precedenti».
Uno dei suoi maggiori successi. Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri: trattenimento più lungo, obbligo di cooperazione, return hub in Paesi terzi. L’Italia ha spinto questa norma. Quando diventa operativa da voi e cosa cambia davvero rispetto al modello Albania?
«Il nuovo regolamento introduce un quadro sicuramente più favorevole per il quale l’Italia si è battuta. Per l’Albania stiamo attendendo i pronunciamenti della magistratura. Nel frattempo, i centri funzionano ottimamente come Cpr (Centri per il rimpatrio), consentendoci di rimpatriare migranti irregolari pericolosi che portano insicurezza nelle nostre città».
Sgomberi: occupazioni abusive, immobili confiscati, casi-simbolo come Spin Time. A che punto siamo?
«Più di 6.100 alloggi di edilizia residenziale pubblica e 313 stabili di particolare rilievo in città metropolitane sgomberati da quando questo Governo è in carica. C’è ancora da fare ma anche in questo caso sono numeri imparagonabili con il passato. Abbiamo cambiato la rotta anche dotandoci di nuovi e più efficaci strumenti normativi per poter intervenire».
Polizia locale: mesi fa lei ha scritto a Il Tempo proponendo nei decreti delegati da varare più strumenti. Quali armi o strumenti di difesa ritiene ragionevoli per i vigili urbani?
«Dopo 40 anni, è in dirittura d’arrivo una nostra riforma organica del sistema delle Polizie locali. La legge sarà importante per adeguare all’attualità lo status e le funzioni di quasi 50mila agenti delle Polizie locali di tutt’Italia, che quotidianamente svolgono un fondamentale lavoro di prossimità nei confronti dei cittadini e di raccordo con le Forze di polizia dello Stato. Una volta approvata la legge, il lavoro di ammodernamento del comparto potrà avvenire con la definizione dei decreti delegati. A tal fine non faremo mancare il confronto con le organizzazioni rappresentative del personale».
Modello Caivano: presidio, sgomberi, sport, scuola, videosorveglianza. Funziona? In quali quartieri — Arghillà, Scampia, Rozzano, Bolognina — lo state davvero replicando e con quali tempi?
«Dopo l’esperienza positiva di Caivano, il Governo ha voluto riproporre quel modello in altre 9 località individuate da un apposito provvedimento di legge. Ma per completare e rendere ancora più estesa l’applicazione del modello abbiamo voluto riservare circa 70 milioni dei fondi Sviluppo e Coesione a disposizione del ministero dell’Interno per iniziative che, come a Caivano, mettessero insieme presidio del territorio attraverso la videosorveglianza, recupero del degrado urbano, offerte formative nel campo dello sport e per il contrasto alla dispersione scolastica».
A Roma, in punti caldi della città, è ipotizzabile un’operazione simile?
«A Roma ci sono varie iniziative in corso che stanno dando i loro frutti. Ad esempio, a Ostia e San Basilio grazie alla realizzazione di impianti sportivi abbiamo dato vita a luoghi di aggregazione giovanile in contesti problematici».
Ogni norma sulla sicurezza produce la stessa reazione a sinistra: «deriva autoritaria». Dopo quattro anni di calo dei delitti e di assunzioni nelle Forze dell’ordine, è un dissenso di merito o un riflesso ideologico?
«Spesso, a fronte delle iniziative che abbiamo adottato, da alcuni ambienti dell’opposizione sono giunti giudizi apertamente contraddittori: da un lato si è parlato di una presunta deriva autoritaria, dall’altro si sono definiti gli stessi interventi insufficienti e privi di effetti concreti. Una contraddizione evidente, che finisce per indebolire la stessa critica e mostra quanto sia difficile individuare argomenti concreti per contestare iniziative che, al di là delle contrapposizioni politiche, hanno prodotto risultati tangibili».
Oggi cosa significa in concreto «blocco navale»? Come funzionerebbe?
«Grazie alle azioni intraprese, oggi il contenimento delle partenze avviene già nei Paesi di transito, lungo i loro confini e nelle acque di rispettiva competenza. I numeri restituiscono con chiarezza la portata di questo impegno: in questi anni, Libia e Tunisia hanno bloccato oltre 275 mila partenze, mentre da Libia, Tunisia e Algeria sono stati effettuati, in collaborazione con l’OIM – Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – più di 97.500 rimpatri volontari assistiti, intervenendo direttamente prima della partenza. In poche parole il blocco lo abbiamo realizzato nei luoghi di partenza».
E infine una cosa che, da prefetto prima che da ministro, sa già che non potrà promettere.
«Come ho già detto, molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare. E soprattutto dobbiamo misurarci con ciò che i cittadini vivono e percepiscono ogni giorno. Perché alle persone non interessano soltanto le statistiche: interessa poter uscire di casa, vivere il proprio quartiere, prendere un mezzo pubblico, lasciare che i propri figli tornino a casa la sera sentendosi sicuri. Non posso promettere una società a reati zero. Posso però assumere un impegno preciso: lavorare ogni giorno perché ci si avvicini il più possibile a quell’obiettivo».
