governo autoritario

Otto e mezzo, il solito Giannini sul decreto sicurezza: “Meloni? È la risposta di una Thatcher della Garbatella”

Il giornalista è come sempre critico: “L’unica risposta è più galera per tutti e questo è un approccio autoritario e securitario”

C’è un riflesso condizionato che scatta puntuale in certi studi televisivi: ogni volta che lo Stato prova a ristabilire l’ordine, il problema diventa lo Stato. È successo anche a “Otto e Mezzo”, dove Massimo Giannini ha commentato il decreto sicurezza con cui il governo ha risposto ai disordini di Milano. La sintesi è affidata a una formula destinata a fare il giro dei social: quella di Giorgia Meloni sarebbe “la risposta di una Thatcher della Garbatella”.

Conviene però ricordare da dove si parte. Nel centro di Milano, gruppi di giovani in buona parte vestiti di nero e con il volto coperto hanno dato vita a una sassaiola, lanciando bombe carta, petardi, fumogeni e transenne, incendiando cestini e divellendo la segnaletica. Nel fine settimana in città i fermi sono stati 271, e i danni complessivi delle proteste sono stati stimati in circa 1,3 milioni di euro, di cui 860 mila soltanto a Milano. Tra i fermati, ragazzi giovanissimi. È su questo che il Consiglio dei ministri è intervenuto il 20 ottobre, con norme sulla responsabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni, sanzioni più severe per chi partecipa a devastazioni di gruppo e 500 militari in più a Milano fino alla fine dell’anno, accanto a polizia e carabinieri. Per Giannini, invece, il punto è un altro. “Arriva un momento in cui la realtà presenta il conto”, ha detto, accusando la premier di aver raccontato per quattro anni “un Paese che non c’era”. E ora, secondo lui, il governo userebbe “i minori e poi gli autotrasportatori e poi gli agricoltori e poi i pescatori come se fossero i minatori della Lady di Ferro”. La conclusione è netta: “Non esiste però nessun dissenso possibile nei confronti di questo governo”. E ancora: “L’unica risposta è più galera per tutti e questo è un approccio autoritario e securitario”.

Il paragone, però, regge poco. I minatori inglesi scioperavano per difendere il proprio lavoro; a Milano non c’era nessuna vertenza da tutelare, ma vetrine sfondate e negozi saccheggiati. Sovrapporre le due cose significa trasformare un problema di ordine pubblico in una battaglia di classe che, nei fatti, non c’è. Lo stesso Giannini, del resto, lo ammette a metà. I ragazzi scesi in piazza, osserva, esprimono un disagio che “non è quello del 68, del 77”, perché “non vogliono fare la rivoluzione” e vedono “nelle sneaker l’unico oggetto” in cui identificarsi. È una lettura che meriterebbe di essere approfondita, ma che contraddice la tesi di partenza: se non c’è un progetto politico, non c’è nemmeno un “dissenso” da reprimere. C’è un fenomeno di violenza che va fermato, e poi capito.

Resta infine il passaggio più ruvido, quello sull’elettorato. L’approccio del governo, secondo l’editorialista, intercetterebbe una parte del Paese che un tempo avrebbe definito “di pancia” e che oggi chiama “di intestino, di budella”. È qui che il dibattito scivola dal merito al giudizio sugli elettori. Quei cittadini che chiedono sicurezza sono spesso commercianti che hanno visto la propria attività devastata, residenti che non riescono a tornare a casa la sera, famiglie che vivono nei quartieri più esposti. Si può discutere dell’efficacia delle singole norme, della loro tenuta costituzionale, del necessario lavoro educativo che deve accompagnare qualsiasi stretta. È un confronto legittimo. Ma partire dall’assunto che chi difende le vetrine del centro di Milano sia un epigono autoritario della Lady di Ferro non aiuta nessuno. Tanto meno quei ragazzi che, prima del carcere, avrebbero avuto bisogno di qualcuno che dicesse loro un semplice no.

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