Le vetrine sfondate, i negozi assaltati, i branchi di giovanissimi che nelle ultime settimane hanno messo a soqquadro diverse città. Il tema della serata era questo. Ma mercoledì, a “È sempre Cartabianca”, il programma di Bianca Berlinguer su Rete 4, Enzo Iacchetti è riuscito a portarlo molto lontano, fino allo stretto di Hormuz.
Il comico ha cominciato con una diagnosi. Gli autori dei raid sono per lui “ragazzi giovanissimi disadattati”, e la loro “non è neanche una protesta, ma è una rabbia sociale, non è una rabbia politica”, perché “la rabbia politica si sfoga in altro modo”. Una distinzione sottile, che però difficilmente consolerà il gioielliere con il bancone sfondato: sul preventivo del vetraio, la differenza tra rabbia sociale e rabbia politica non compare.
Quanto al governo, secondo Iacchetti gli episodi gli farebbero “il favore” di giustificare un nuovo decreto sicurezza. E se ne serve un altro, ha osservato, “vuol dire che quello di prima non serviva”. Ragionamento che, applicato alle bollette, autorizzerebbe a non pagare più la luce, visto che ogni mese ne arriva una nuova.
Il passaggio più netto ha riguardato i risarcimenti. “Se tu chiedi i rimborsi di una vetrina rotta a un poveretto che ha due genitori che non hanno una lira, non sanno come tirare alla fine del mese, mi spieghi come fanno quei genitori a pagare?”, ha chiesto il comico. “Secondo me è impossibile, anche questa è una gran puttanata”. Ne discende un principio giuridico inedito: il danno lo paga chi lo causa, ma solo se può permetterselo. Altrimenti lo paga chi lo subisce. Una sorta di responsabilità civile su base Isee.
Alla domanda della conduttrice sull’effetto deterrente delle misure dell’ottavo decreto sicurezza, Iacchetti si è mostrato scettico. “Ne prendono 200, li identificano”, ha detto, “io voglio vedere quanti processi fanno”. Obiezione curiosa, perché è proprio quello che chiedono molti italiani: che i processi si facciano. Ma l’ospite aveva già cambiato argomento. “Dove si pensa di risolvere qualunque situazione con la sicurezza? Non vedo posizioni a favore della popolazione”, ha detto, dicendosi pronto a parlare di tasse, di teatro, di carburante, del costo della vita e della frutta e verdura, aumentate a suo dire del 20 per cento in un anno.
Da lì il salto alla geopolitica. Nel mirino è finito Donald Trump, definito con sarcasmo il “favorito premio Nobel per la pace”, senza risparmiare Joe Biden, che “ne ha combinate anche lui”. Il presidente americano, secondo Iacchetti, “dichiara guerra quando vuole”, mentre l’Iran reagisce chiudendo lo stretto di Hormuz. A pagare, ha concluso, saremmo noi, “perché siamo l’Europa che non c’è”.
Il quattordicenne con la spranga in mano, dunque, diventa una vittima collaterale della crisi del Golfo. Bisognerebbe avvisarlo, perché probabilmente non ne era al corrente. E bisognerebbe avvisare anche il titolare del negozio di telefonini, che fino a mercoledì credeva di essere stato rapinato.
Nessuno nega che il disagio giovanile esista, né che le famiglie in difficoltà siano un problema serio. Ma spiegare un fenomeno non significa giustificarlo, e a forza di cercare le radici si rischia di perdere di vista chi ci va a sbattere contro. In questo caso il negoziante, che non ha una prima serata per raccontare la sua rabbia sociale. Si limita a chiamare il vetraio. E a pagarlo.
