silenzi e imbarazzi

Caso Ranucci, l’indecifrabile quasi difesa di Saviano: “Tecnicamente è la vittima...”

Imbarazzi, silenzi ed enigmatici giri di parole: “L’attentato? Punto di caduta più complesso...”

Se si contassero le congiunzioni avversative, l’intervento di Roberto Saviano sul caso Ranucci batterebbe ogni record. L’autore di Gomorra era sul palco del Rumore Festival, la kermesse romana di “Fanpage.it” ospitata all’Acquario Romano, intervistato dal direttore della testata, Francesco Cancellato. Lì ha provato a fare quello che nella sinistra culturale ormai pochi osano: dire qualcosa di scomodo su Sigfrido Ranucci senza però dirlo fino in fondo. Il risultato è una difesa d’ufficio, con molte pause e parecchie formule prudenti.

Il punto di partenza è noto. Il 16 ottobre 2025 una bomba distrusse l’auto del giornalista parcheggiata davanti alla sua abitazione. Valter Lavitola, faccendiere già ben conosciuto dalle cronache giudiziarie ed ex editore de “L’Avanti”, avrebbe poi rivendicato l’ordigno in un video che lo stesso Saviano definisce “difficile da interpretare”. Ed è qui che il racconto si inceppa. Secondo Saviano, Ranucci non avrebbe preso le distanze dall’uomo che si è autoaccusato. Al contrario, avrebbe tenuto a precisare: “Anche se fosse il colpevole sono sicuro che non avrebbe mai fatto del male alla mia famiglia”.

È una frase che lascia perplessi anche gli amici. Saviano lo ammette apertamente. “La domanda che ci facciamo tutti è: come è possibile dopo l’attentato non entrare in conflitto con la persona che ha fatto l’attentato e che ha anche confessato?”. E parla di un corto circuito “difficilissimo”. Cancellato gli chiede senza giri di parole: “Perché ci si lega ad uno così?”. Lo scrittore evita di entrare nel merito. Si limita a dire che è forse “il punto di caduta più complesso” e rimanda: “Il perché lo scopriremo nei prossimi mesi”.

Per non sbilanciarsi su Ranucci, Saviano si rifugia nel lessico del codice. “Ho deciso di dare una lettura tecnica delle cose”, spiega, partendo dalle carte giudiziarie. L’avverbio ricorre come un ritornello: “Sigfrido è tecnicamente la vittima”, “Ranucci è formalmente vittima di questa situazione”. E ancora: “È stato ascoltato molto tempo” e “non è mai emersa una contiguità”. Tutto vero, e nessuno lo contesta. Ma quando un intellettuale abituato a sentenze nette sente il bisogno di trincerarsi dietro le carte processuali, la cautela finisce per dire più di qualsiasi dichiarazione.

Colpisce poi la sproporzione. A Ranucci Saviano dedica una manciata di frasi guardinghe. Su Lavitola, sollecitato dal direttore di “Fanpage” con un secco: “Chi è Valter Lavitola?”, si dilunga con evidente gusto narrativo. Lo descrive come la sintesi del “peggio dell’essere italiano”, praticato però con le armi del meglio: “cordialità, convivialità” e perfino la buona cucina. Ed evidenzia: “Lavitola può essere raccontato da Balzac o dai Fratelli Vanzina”. Poi il ritratto psicologico. “Lui vuole essere scoperto. È pieno di rabbia per non essere stato valutato dalla vita”. Saviano annuncia anche di aver scelto di “tenere il focus su Lavitola, per capire come sia riuscito ad avvicinare Berlusconi e Craxi”. Il richiamo al Cavaliere, del resto, è un riflesso abituale da quelle parti.

C’è infine la versione dello stesso Lavitola, citata dallo scrittore come elemento a discarico. Interrogato, il faccendiere avrebbe detto: “Volevo ottenere da Ranucci una reputazione che avevo perso, non una verginità, che sarebbe impossibile”. Per Saviano quanto dichiarato da Lavitola “non mostra una prossimità strategica” nell’attentato. Resta da capire che tipo di rapporto sia quello in cui uno cerca nell’altro la propria riabilitazione pubblica, e l’altro, dopo l’esplosione, sceglie parole rassicuranti nei suoi confronti.

Nessuno chiede a Saviano di trasformarsi in accusatore: allo stato, le carte parlano di Ranucci come vittima, e così va riportato. Ma quando il campione del giornalismo d’inchiesta trova più facile raccontare il carnefice che spiegare la vittima, il silenzio diventa la vera notizia. Quel “lo scopriremo nei prossimi mesi” suona meno come una promessa e più come una via d’uscita.

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