La sicurezza europea non è più soltanto una questione militare. È diventata una grande partita industriale e finanziaria, destinata a ridisegnare investimenti, filiere produttive e rapporti tra pubblico e privato. A sostenerlo è Emanuele Salamone, manager e imprenditore con una consolidata esperienza nelle relazioni istituzionali, nel corporate finance e nelle operazioni straordinarie, maturata tra consulenza strategica, finanza e public affairs. Nel corso della sua carriera è stato Senior Partner, Owner e membro del Consiglio di Amministrazione di Value Partners, Senior Partner e Head of Institutional Relations Europe di Brunswick Group e Partner di AVM Gestioni SGR, occupandosi, tra l’altro, di M&A, private equity, investimenti e relazioni con stakeholder istituzionali e finanziari.
Oggi Salamone è impegnato nella costituzione di una holding di investimenti orientata alla crescita e all’internazionalizzazione delle PMI tra Europa e Nord America. È inoltre Senior Advisor dell’American Chamber of Commerce in Italy (AmCham) e della Joint Italian Arab Chamber of Commerce (JIAC) e docente presso la Business School de Il Sole 24 Ore. Un percorso che lo colloca all’incrocio tra capitali, imprese e istituzioni, proprio i tre piani sui quali si sta giocando la trasformazione della difesa europea.
«Ogni economia poggia su un bene che non compare nei bilanci: la fiducia», osserva Salamone nella sua analisi. Una fiducia che l’Europa ha a lungo considerato acquisita e che la guerra in Ucraina, le crisi energetiche e la fragilità delle catene globali hanno rimesso al centro. Da qui una conclusione netta: «La sicurezza ne è la prima infrastruttura».
Il cambio di paradigma è già visibile nelle scelte europee. I nuovi strumenti finanziari e industriali per la difesa, insieme alla revisione delle regole sugli appalti e all’aumento delle risorse destinate a difesa e spazio, vanno ben oltre l’incremento della spesa militare. «Non è solo spesa militare», sottolinea Salamone, ma la costruzione di un quadro capace di orientare «investimenti, capitali e alleanze industriali per il prossimo decennio». In questa fase, aggiunge, «chi siede al tavolo ora ne scrive le condizioni».
Per l’Italia la questione è particolarmente rilevante. La crescita della domanda pubblica può trasformarsi in un volano per l’intero sistema produttivo, a condizione che non rimanga confinata ai grandi gruppi. La sfida, secondo Salamone, è costruire «filiere aperte alle PMI», favorire l’ingresso delle startup e accompagnare gli investimenti con un grande piano sulle competenze. Senza ingegneri, tecnici e operai specializzati, avverte, le nuove risorse rischiano di produrre «colli di bottiglia e inflazione dei costi, non occupazione stabile».
C’è poi il nodo dei capitali. La spesa pubblica non può sostenere da sola questa trasformazione: occorre mobilitare il risparmio europeo e creare strumenti di lungo periodo capaci di coinvolgere fondi pensione e investitori istituzionali. Anche perché il concetto stesso di sicurezza si è allargato: cyber, spazio, energia, infrastrutture critiche e dati sono ormai parte di un unico ecosistema. Investire nelle tecnologie a duplice uso significa così trasformare una necessità di difesa in innovazione e capacità produttiva civile.
In questo scenario l’Italia, sostiene Salamone, dispone di «più carte di quante ne giochi»: un’industria aerospaziale e della difesa di livello mondiale, una manifattura diffusa, relazioni solide nel Mediterraneo e nel Golfo e la credibilità necessaria per svolgere un ruolo di ponte tra Bruxelles e Washington. Servono però una posizione negoziale chiara sui dossier europei, strumenti finanziari che accompagnino le PMI nelle grandi filiere e una diplomazia economica capace di trattare la sicurezza con la stessa attenzione riservata all’export. La scelta, sintetizza Salamone, è tra «subire la nuova architettura industriale europea o contribuire a disegnarla».
La prospettiva, dunque, va oltre l’aumento dei bilanci della difesa. Se ben governata, conclude Salamone, la sicurezza può diventare «un patto di fiducia che produce benessere, non soltanto protezione». Una politica industriale, finanziaria, sociale e democratica insieme. E, soprattutto, una partita nella quale le posizioni che l’Italia saprà conquistare oggi determineranno il suo peso economico e strategico di domani.
