La Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, ha concesso al governo di Teheran “determinati poteri” per negoziare la pace in colloqui con gli Stati Uniti. L’apertura dell’Ayatollah, annunciata dal presidente Masoud Pezeshkian, ha portato al crollo del prezzo del petrolio, facendo segnare un -6,7%, oltre a segnare un’accelerazione per una possibile risoluzione del conflitto, che potrebbe portare alla riapertura dello Stretto di Hormuz “nell’arco di appena due giorni”. “La base dei colloqui tra Iran e Stati Uniti, attraverso i mediatori, resta il piano iraniano in sette fasi, attualmente in una fase di intensa discussione”, ha rimarcato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei. Quel piano è stato lasciato sul tavolo dei negoziatori in Qatar dalla delegazione iraniana, che ha lasciato oggi Doha, e potrebbe essere la base per successivi incontri.
Teheran sembra voler scongiurare una ripresa degli attacchi da parte di Washington subito dopo le elezioni di metà mandato previste domani, così come invece vorrebbe il premier d’Israele Benjamin Netanyahu, che ha fatto pressioni sull’alleato statunitense durante una recente telefonata. Il presidente americano Donald Trump, dal canto suo, parlando con i giornalisti ha detto che “siamo stati gentili perché non li abbiamo messi al tappeto, ma prima o poi dovremo farlo”. Sale in Israele l’attesa, da una parte per l’esito delle elezioni di midterm e le prossime mosse del tycoon, e dall’altra per l’inizio delle consultazioni del presidente Isaac Herzog, previste a partire da mercoledì, per la formazione di un nuovo governo.
Il leader di Yisrael Beytenu, Avigdor Liberman, ha ribadito il suo sostegno a Gadi Eisenkot come premier e l’appoggio a Yair Lapid, leader dell’opposizione e numero due di B’Yacahad, alla carica di presidente della Knesset. Ma ha frenato sulla possibilità di un governo di minoranza che si basi sul sostegno dei partiti a guida araba. “Sopravvivrebbe meno di un anno”, ha rimarcato. Categorica la sua opposizione a un governo di unità nazionale con Netanyahu, che invece si è detto “pronto a un esecutivo di ampio respiro con i nostri partner e con qualsiasi partito che lo desideri e che non sostenga il terrorismo”. Riferimento, quest’ultimo, ai partiti arabi. Liberman ha però assicurato che “in nessuna circostanza” farà parte di un governo guidato dal primo ministro uscente, nemmeno nell’ambito di un accordo di rotazione in cui potrebbe ricoprirebbe per primo la carica di premier.
