Istat

Bollette e carburanti, l’inflazione a +5,4%. Il Pil del terzo trimestre fermo

A ottobre la stima preliminare del carovita segnala l'impennata. Gli stipendi su solo del 2,5

Era solo questione di tempo, prima che l’energia e i suoi rincari riaccendessero l’inflazione in Italia. E così è stato. A quattro giorni dal varo dell’ultima Manovra del governo di Giorgia Meloni, ancora prudente, pragmatica e con baricentro ceto medio, l’Istat ricorda a palazzo, imprese e famiglie che il problema di oggi e di domani si chiama prezzi.

Nel mese di ottobre l’inflazione ha dunque registrato una variazione pari a +0,9% su base mensile e a +5,4% su base annua, da +4,2% del mese precedente. Lo scatto è fin troppo evidente e poco importa che si tratti di stime preliminari. Di riflesso, con il gasolio che alimenta i tir che trasportano tutto quello che c’è sullo scaffale costantemente oltre i 2 euro, sale il carrello della spesa. Tradotto, risultano in accelerazione su base tendenziale sia i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +1,5% a +2,5%), sia quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +5,2% a +5,8%). Ora, non c’è bisogno di cercare il colpevole con il lanternino. La dinamica dell’inflazione, ammette ancora una volta l’Istat, è influenzata prevalentemente dall’andamento dei prezzi degli energetici, regolamentati (da +25,8% a +59,5%) e non (da +22,5% a +29,4%), di quelli degli alimentari non lavorati (da +5,5% a +7,5%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,6% a +3,1%). L’energia registra un aumento del 31,4% su base annua, contro il +22,6% del mese precedente. Ancora più impressionante la dinamica di gas e bollette che schizzano al +59,5% dal precedente +25,8%. I carburanti passano dal +22,5% al +29,4%.

Il vero problema sono gli stipendi che non tengono il passo. A settembre le retribuzioni contrattuali risultano in aumento del 2,5% su base annua, un ritmo decisamente inferiore rispetto all’inflazione. Già a settembre, con i prezzi in crescita del 4,2% il differenziale era di circa 1,7 punti percentuali. Ora è destinato ad ampliarsi con il nuovo balzo dei prezzi di ottobre. Nel dettaglio, le retribuzioni crescono del 3,3% nell’agricoltura, del 2,6% nell’industria e del 2,1% nei servizi.

La conseguenza è una progressiva erosione del potere d’acquisto: gli italiani si ritrovano a spendere di più pur disponendo di stipendi che aumentano con il contagocce. Proprio mentre il costo della vita riprende a salire, l’economia non riesce a trovare la spinta per ripartire. Nel terzo trimestre il Pil resta fermo rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita nulla rispetto al trimestre precedente. Il confronto con lo stesso periodo del 2025 evidenzia un incremento dello 0,8%, ma il dato trimestrale conferma una fase di sostanziale stagnazione. A pesare sono soprattutto la flessione dell’industria e il contributo negativo della domanda estera. A compensare il sostegno arrivato dalla componente interna. Il quadro è quello di un’economia stretta in una morsa: prezzi in forte accelerazione, salari che inseguono senza riuscire a recuperare terreno e crescita che si arresta. Una combinazione particolarmente insidiosa, perché l’aumento dei costi riduce la capacità di spesa delle famiglie, mentre la debolezza dei consumi rischia di frenare ulteriormente le imprese e gli investimenti. Ma c’è una buona notizia e nemmeno tanto piccola. L’Osservatorio sul mercato del lavoro dell’Inps, a giugno, ha registrato un saldo annualizzato positivo pari a 299mila posizioni di lavoro del settore privato, confermando quindi una dinamica positiva consistente. E i contratti a tempo indeterminato continuano a essere la tipologia contrattuale prevalente di questa variazione tendenziale. Mica poco.

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