Più divano, salari bloccati e recessione indotta. Stanno fregando i giovani. Sì, proprio quelli che chiedono una diversa attenzione da parte della politica, stanno affidando il loro destino a chi nel proprio laboratorio sta preparando una bella fiala di «anestetico» da iniettare nell’economia.
A preparare il composto soporifero sono i tecnici e gli economisti di Pd, M5s, Avs (e cespugli vari) che promettono, come le sirene di Odisseo, di svelare i segreti della «terra feconda», ma che in realtà stanno mettendo in pista un programma letale per l’unico elemento che può assicurare il futuro al Paese: la crescita.
La piattaforma di idee da trasformare in un programma elettorale è ancora in fase di definizione. Ma i pilastri e i punti irrinunciabili sono già chiari. Basta andare a scorrere gli atti parlamentari. Lo scorso 13 ottobre le opposizioni Pd, M5s, Avs, Italia Viva, Più Europa hanno trovato l’intesa sul un documento che si opponeva alle scelte del governo sul Documento programmatico di finanza pubblica presentato ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti. È là che c’è la sintesi dell’opera per la perfetta distruzione dei meccanismi economici che creano la ricchezza nel Paese. Si parte dal reddito di cittadinanza, vera iattura e «sabbia» che ingolfa il funzionamento della macchina produttiva. In prima battuta può sembrare una panacea. Non si lavora, si attende l’assegno a fine mese e si sta comodamente seduti sul sofà di casa a guardare serie televisive fino alla nausea. Niente proteste, vita facile e obiettivi alla giornata. Peccato perché l’erogazione di redditi e sostegni universali è una pratica sconfitta dalla storia. Il socialismo reale, quello che garantiva un minimo a tutti, è crollato insieme al muro di Berlino nel 1989. Senza motivazioni e capitali di rischio i sistemi non innovano, non sperimentano e non progrediscono. La torta della ricchezza si assottiglia e il sistema implode. Così è stato.
E così è accaduto anche nella sua recente applicazione in Italia, vigente il governo Conte, che non ha portato frecce all’arco di chi ne vanta i meriti. Il cosiddetto Rdc non ha sconfitto la povertà e ha sottratto complessivamente alle spese dello Stato qualcosa come 35 miliardi di euro in 4 anni.
Soldi che avrebbero garantito sicuramente maggiori investimenti e supportato altre spese come quelle per la sanità, per le quali oggi il campo largo lamenta una dotazione asfittica. Il bilancio della misura è l’assimilazione a un bruco che si è mangiato la mela da dentro. Ha portato tanti giovani ad accontentarsi, ad anestetizzare le motivazioni di chi il lavoro lo voleva e lo cercava. E ha spinto verso il lavoro nero quelli che, sommando all’assegno di cittadinanza (in media 580 euro al mese) una piccola quota di occupazione irregolare, portavano a casa un reddito decente senza sforzo alcuno. Magari da integrare con un pezzo della pensione di mamme, zie e nonne (di vario tipo: da invalidità a baby assegni).
Bene, se i giovani, sia quelli che scendono in piazza sia quelli che ne condividono le idee, vogliono questo, e cioè una sana dose di metadone di Stato ogni 27 del mese si possono accomodare (sul divano ovviamente) perché il ritorno del campo largo al governo vede tra i maggiori azionisti proprio il Giuseppe Conte, padre del reddito grillino. Che a domanda se nei 20 punti della piattaforma elettorale ci fosse anche la reintroduzione dell’assegno di cittadinanza ha risposto: «Ma certo che sì. La misura c’è in realtà anche oggi, la dobbiamo però assolutamente rivedere, rendere molto più efficace».
Esaurita l’elencazione dei danni che sul medio-lungo termine può creare il Rdc che si badi bene è cosa ben diversa dal sostegno alle fragilità e a chi è veramente in difficoltà) si può senz’altro passare al secondo punto che avvierebbe l’economia italiana verso un crinale da economia pianificata e dirigista. Uno strumento perfetto per la decrescita, sicuramente poco felice. Si tratta della proposta del salario minimo in versione rinnovata. Una vecchia idea del centrosinistra che, nella prima iniziativa legislativa del 2023, fissava la paga oraria minima a 9 euro. Oggi dai nuovi calcoli e tenuto conto dell’inflazione il nuovo pavimento retributivo si situa a 9,61 euro l’ora, che arrotondato porterebbe il salario minimo a 10 euro. La fissazione della paga minima sarà uno dei pilastri della piattaforma comune del campo largo. E anche qui occorre lanciare un grosso alert, soprattutto per i giovani. Si può tornare al canto delle sirene. La proposta è allettante e rappresenta un segnale di attenzione rivolto proprio a chi ha potere contrattuale basso, come gli under 35 che si affacciano sul mercato del lavoro. Ma quella che può sembrare una soluzione facile cela una fregatura non immediatamente percepibile. Entrare a gamba tesa con un decreto, con un atto di imperio legislativo, nella contrattazione collettiva porte con sé un grande rischio. Si fisserebbe un cosiddetto benchmark, un parametro di riferimento fisso, che tutela sì i più deboli che vedrebbero salire le loro scarne retribuzioni. Ma lo stesso potrebbe essere usato da molti datori di lavoro per fissare le retribuzioni vicino alla cifra minima, incontestabile perché fissata dal Parlamento, e usata per non riconoscere quella stabilita dai contratti collettivi nazionali, frutto di trattative tra le parti e più alte perché comprendono altri elementi retributivi accessori, come il welfare aziendale ad esempio. Sarebbe una bastonata alla centralità che il sindacato, nel bene e nel male, ha nel sistema delle relazioni industriali. Sì perché se l’elemento principale della paga è fissato dal governo le rappresentanze avrebbero poco altro da recriminare. Ma nella narrazione del centro sinistra il pericolo non c’è. In fondo l’idea è sempre la stessa: tutto a tutti, indistintamente. Assunto al quale a sinistra si dimentica il «poco». Sì, poco a tutti. Soprattutto ai giovani che possono mettere sul piatto minori competenze per le contrattazioni personali. Insomma seconda fregatura apparecchiata da Pd, M5S e Avs. Ma c’è n’è una terza. Ancora più insidiosa e distruttiva: la settimana di lavoro fissata anch’essa per legge di 32 ore a parità di salario. Cavallo storico dei principi marxisti, la riduzione dell’orario di lavoro torna puntualmente a ridosso di ogni elezione. E ciò nonostante il precedente e cioè il tentativo di introdurre la settimana di 35 ore da parte dell’allora leader di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, che mandò in frantumi il governo Prodi nel 1998. La storia insegna poco da quelle parti. Così non mancherà nel programma in elaborazione da Schlein, Conte & Co.
Bello a dirsi, difficile a farsi. Già perché la riduzione complessiva delle ore lavorate in un sistema economico, senza aumenti della produttività, porta banalmente a una minore produzione di beni e servizi. Dunque a minore crescita e Pil inferiore che si traduce in una più bassa torta di ricchezza da distribuire. Primo effetto: nelle aziende meno flussi di cassa da girare ai lavoratori, ma anche salari striminziti (tanto c’è quello minimo garantito) e recessione indotta per legge.
Morale: con la pretesa di accontentare le richieste dei giovani per un trattamento migliore, il campo largo sta preparando il loro definitivo affossamento. Meditare. Resta il consiglio: studiare per conoscere. Che è l’unico atto realmente rivoluzionario che resta loro.
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