Magistratura schierata

Milano, più della metà delle toghe dell’ufficio del gip ha firmato l’appello per Gaza

Tra i nomi anche quelli del presidente Maccora e di Landoni, colei che ha rimesso in libertà Siher

Diciotto su trentacinque. Più della metà dei magistrati dell’ufficio gip di Milano, quello che decide ogni giorno sulla libertà delle persone, ha vergato un appello per Gaza. Tra i firmatari, come riporta Ermes Antonucci su Il Foglio, c’è anche la presidente Vincenza Maccora. Non è l’adesione di qualche singolo magistrato sensibile a certi temi, quindi ma una maggioranza, con i vertici dell’ufficio in prima fila, che si schiera pubblicamente su uno dei dossier più incandescenti della politica estera.

Il caso, infatti, è esploso con la scarcerazione di Youssef Siher, trentenne di seconda generazione, studioso di Islam politico, accusato di istigazione alla violenza di piazza. A ridare la libertà al ricercatore di origine marocchini, la gip Tiziana Landoni, tra i diciotto firmatari dell’«Appello dei giuristi per Gaza», nato lo scorso settembre. Eloquente un passaggio del documento: «Questa breve iniziativa naturalmente non esaurisce la necessità di continuare a custodire il patrimonio giuridico, prezioso e fragile, della tutela dei diritti umani attraverso gli strumenti del diritto internazionale pubblico e del diritto internazionale penale. Né quella di rendere riconoscibile e utile il nostro impegno come magistrati, anche attraverso le tante altre possibili forme che l’Anm ha individuato e saprà continuare ad individuare». Le toghe auspicano anche la lettura quotidiana, nelle aule giudiziarie, del preambolo dello Statuto della Corte penale internazionale. Nel documento non compare mai Israele e non c’è alcun riferimento al 7 ottobre: un’omissione che pesa, perché il bersaglio è trasparente. Un appello che dimentica la strage da cui tutto ha preso le mosse e invoca la tutela dei civili da una parte sola può ancora dirsi neutrale?

La cautela dovrebbe essere massima per chi indossa la toga. Il nodo non è la legittimità dell’opinione, mai messa in discussione, ma l’opportunità che a esprimerla pubblicamente, con una firma collettiva, siano proprio coloro che ogni giorno sono chiamati a giudicare. Diciotto giudici su trentacinque, presidente della sezione inclusa, schierati su un documento dal sapore politico non sono un episodio isolato che si possa archiviare con una scrollata di spalle: sono un orientamento che trasforma un ufficio in una piccola corrente. Per la cronaca, tra i firmatari figura anche Francesca Crupi, sostituto procuratore, che nel caso Siher aveva invece chiesto la custodia cautelare. Un dettaglio che rimarca quanto l’adesione a una piattaforma ideologica sia ormai trasversale alle funzioni giudicanti e requirenti. Il tema, dunque, è prima di tutto deontologico. Punto sul cui spesso il capo dello Stato torna a ribadire.

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