I FINTI TONTI

La sinistra dei furbi che provano sempre a spacciarsi per ingenui

Prima accendono il fuoco e poi raccontano di sfogliatelle regalate ai poliziotti in strada

Angelo Bonelli, dopo tre ore di videoconferenza, ha sentito spalancarsi nel petto il balcone di Giulietta: «Vi voglio bene», ha detto a Elly Schlein e Giuseppe Conte. Il campo largo finalmente si ama. Mentre l’opposizione si scambiava tenerezze da remoto, vicino al Colosseo gli incappucciati incendiavano cassonetti e tiravano oggetti agli agenti, sul Lungotevere otto fermati, a Torino bottiglie tra cariche e idranti. Le cronache buone e giuste hanno applicato il solito cerotto cosmetico: «La maggior parte delle manifestazioni si è svolta pacificamente». Tutto a posto, dunque. Il centrosinistra annuncia una mobilitazione per dicembre: ma si può cavalcare la protesta senza distinguere chi manifesta da chi cerca lo scontro?

Scontri? Quali scontri? Chiara Appendino trova «agghiacciante criminalizzare le piazze». Ilaria Salis denuncia il «terrorismo mediatico» e ricorda che i problemi sociali non si risolvono a colpi di decreti sicurezza. Nemmeno, insegna una rudimentale traumatologia, a colpi di corpi contundenti. Se il governo interviene dopo le violenze, è repressione. Se interviene prima, è stato di polizia. Se non interviene, è inefficiente. In ogni caso la diagnosi è pronta: colpa delle destre, patologia da trattare con posologia antifascista, possibilmente a testa in giù.

Il campo largo, non che sia una novità, arriva dopo. Il malcontento era già in strada mentre Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni cercavano il giorno sul calendario. Adesso inseguono la piazza per metterle il cappello, arnese inadatto ai travisati, senza controllarne le componenti, tra militanti Pro-Pal e antagonisti vari. Grimaldi e altri, intanto, sfilano. Prima la piazza, poi l’inventario. Chi e che cosa non sono disposti ad accettare nell’ammucchiata antimeloniana? Dove passa il confine tra la protesta che aspirano a rappresentare e sfruttare e le frange violente che la animano? Il distinguo, se esiste, non si vede. Dove finisce la «solidarietà» e dove comincia la responsabilità di chi vorrebbe guidare il Paese?

Poi c’è l’altra fotografia. A Napoli due manifestanti offrono sfogliatelle ai poliziotti. Un gesto magnificato, quasi avesse valore repertale, ma che non racconta il resto d’Italia. Le sfogliatelle non cancellano cassonetti incendiati e sassaiole, né i partecipanti pacifici assolvono per procura i facinorosi.

Dopo il programma e prima delle primarie (chi aspettava Godot al confronto era un dilettante dell’attesa), Schlein e compagni confermano l’intenzione di convocare una manifestazione contro «il carovita» (che spaventatissimo di certo si darà alla fuga) e, sorpresa, contro la manovra dell’esecutivo Meloni. E ci sarà Giuseppe Conte, sotto la cui presidenza del Consiglio fu partorito il Superbonus. Conto, secondo recenti ricostruzioni: 174 miliardi di euro. Un discreto scontrino dimenticato sul tavolo prima di uscire da Palazzo Chigi. Adesso uno dei massimi protagonisti di quella stagione di incentivi colossali, assieme agli alleati giallorossi dell’epoca, salirà in cattedra sulla malagestione delle finanze pubbliche imputata ai successori. Anche qui, tutto a posto.

È facile scegliere il giorno, con una mobilitazione già collaudata da altri. Più difficile il resto: gestire una protesta che degenera, tutelare ordine pubblico, polizia e libertà, trovare le risorse per le promesse. Ci sarà pure un «clima nuovo», tra affettuosità e giuramenti di collaborazione. Ci saranno pure le sfogliatelle salvifiche celebrate da certi giornali. Ma quando in piazza arrivano gli incappucciati, governare non significa scegliere a chi voler bene. Significa anche sapere a chi dire di no.

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