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La piccola Ela: «Il mio 7 ottobre da incubo»

Il racconto della bimba rapita da Hamas all’evento «Donne: la Libertà è sempre di moda». Dall’alba di quel mattino alle gabbie nei tunnel di Gaza. Il racconto dei 51 giorni di prigionia

Venerdì scorso, a Milano, l’Istituto Milton Friedman, che dirigo, ha tenuto un evento dal titolo «Donne: la Libertà è sempre di moda», durante il quale si sono susseguite le sconvolgenti testimonianze di donne di tutte le età che hanno subito rapimenti, torture, violenze e persecuzioni di ogni tipo. Aviva Siegel, sessantenne israeliana ex ostaggio di Hamas, la giovane yazida Fawzia Amin Sido, schiava di Isis e Hamas per 10 anni, la giovane iraniana Elaheh Tavakolyan, colpita all’occhio dai pasdaran, Husna Jalal, attivista afghana per i diritti umani, perseguitata dai talebani. Sono eroine dei nostri tempi, i target degli islamisti.

«Sono Ela Elyakim, figlia di Noam, ho 8 anni e chiedo a Bibi di liberarci. Sono un ostaggio di Hamas.» Tra loro, a Milano, c’è stata anche Ela, la più giovane, divenuta nota per quel famoso video propaganda girato dai terroristi a Gaza. Alle 6:30 del mattino del 7 ottobre 2023, gli uomini di Hamas entrarono nella casa di suo padre nel kibbutz di Nahal Oz. Oggi racconta quei 51 giorni di prigionia con un filo di voce, dolce ma decisa, timida ma coraggiosa. Ricorda la stanza blindata, il letto sotto cui cercò di nascondersi, il viaggio verso Gaza, una gabbia nei tunnel.

E soprattutto sua sorella Dafna: «È stata lei a darmi la forza di resistere». Quando suonarono le sirene, Ela e Dafna si trovavano nella stanza protetta dell’abitazione. Con loro c’era Tomer Arava Eliaz, figlio di Dikla, la compagna del padre. Il padre era in salotto. Gli uomini armati entrarono in casa, presero gli adulti ferendoli e chiesero dove fossero i bambini. «Sapevano che c’erano dei bambini in casa» ricorda Ela. Trovarono i tre sotto il letto e li portarono dagli altri. Poi cominciarono a trasmettere le w immagini in diretta online.

Tomer venne portato via e costretto a bussare alle porte del kibbutz. Hamas voleva usarel a voce di un ragazzo conosciuto per convincere gli abitanti a uscire. Non funzionò, tutti avevano capito, ma il massacro proseguì comunque. Poi Ela e Dafna furono caricate su un’auto insieme al padre e a Dikla. Arrivati vicino auna stalla i rapitori lasciarono i due adulti e trasferirono le bambine su un’altra auto diretta a Gaza.

«Soltanto dopo abbiamo scoperto che Dikla, Tomer e nostro padre erano stati uccisi», racconta Ela a una platea attonita. Il silenzio è totale. A Gaza cominciò una prigionia fatta di spostamenti. Ela aveva una mano ferita, Dafna un orecchio. Nella prima casa ricucirono due dita alla bambina; la sorella fu invece portata in quella che E la ricorda come «una specie di ambulanza» per suturare la ferita all’orecchio. A sorvegliarle erano tre uomini.

Le due ragazze non sapevano che Hamas avesse portato a Gaza altri ostaggi. «Ci dicevano che il popolo di Israele non ci voleva indietro, che saremmo rimaste lì e saremmo cresciute a Gaza» racconta. Per le due bambine, era impossibile sapere cosa stesse accadendo. Poi arrivarono i tunnel. Ela ricorda: «Una specie di gabbia.

Una gabbia simile a quelle per i cani, solo un po’ più grande». Quando altri ostaggi passavano nella zona, i rapitori coprivano la gabbia perché le sorelle non potessero vederli. Fu così che capirono di non essere i soli ostaggi. I terroristi, racconta Ela, sostenevano di avere preparato l’attacco per anni: parlavano di circa sei anni di “lavoro”e di tunnel scavati ancora prima. Sottoterra, anche mangiare dipendeva da loro.«C’erano fave oppure pita con za’atar. Se loro non mangiavano, non mangiavamo neanche noi». Le ragazze venivano tenute in vita, ma le loro condizioni non interessavano a quei mostri.

Ela rimase complessivamente 51 giorni a Gaza, due settimane trascorse nei tunnel. I rapitori promettevano periodicamente che sarebbero tornate dalla madre, salvo poi rimangiarsi la promessa. Le sorelle non sapevano cosa credere. Il cinquantunesimo giorno furono consegnate alla Croce Rossa. Neppure quel trasferimento fu tranquillo. Ela racconta che il figlio di uno dei terroristi lanciò una pietra contro il finestrino del mezzo sul quale viaggiavano.

Il vetro si ruppe eDafna rimase ferita alla schiena. Poi comparvero i militari israeliani e, infine, la madre. «Ho provato una specie di vittoria, perché la vedevo di nuovo», racconta la piccola. Fu la mamma a dire alle figlie che il padre, Dikla e Tomer erano morti.Sul corpo di Ela sono rimaste schegge di un proiettile di fucile e i segni delle ferite alle dita. Sono rimasti anche i ricordi indelebili, ma lei senza panico li affronta.

Quasi tre anni dopo è venuta in Italia per raccontarli, senza indugi. «Perché altre persone sappiano quello che ho vissuto, quale sia la storia del popolo di Israele, che sappiano che cosa ci è successo». La sorella Dafna, che allora aveva quindici anni, oggi ne ha diciotto e si è arruolata da qualche giorno nell’esercito. Il giorno della partenza per l’Italia, alla famiglia è arrivata anche la notizia che uno degli uomini di Hamas che aveva tenuto prigioniere le duesorelle, è stato ucciso. Ela alla domanda su come stia oggi risponde: «Sto bene. Ho superato la cosa più difficile. Il Popolo d’Israele sta bene», conclude.

L’applauso dell’auditorium milanese dura diversi minuti, tutti si alzano e in molti si asciugano le lacrime. L’abbraccio di Ela apolitici, influencer, personalità e semplici cittadini intervenuti è un abbraccio all’Italia intera, di una ragazza che non ha smesso di vivere e credere nella bontà d’animo altrui nonostante quello che ha subito. La forza l’ha data lei a noi. Todà Ela.

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