intelligenza artificiale

Contro la paura, il senso di queste conferenze

Troppo spesso sull'IA c'è una postura negativa e di rifiuto Serve costruire un dibattito all'altezza della posta in gioco

C’è, nel dibattito pubblico di questi anni, una tentazione ricorrente che conviene nominare senza giri di parole: quella di guardare all’intelligenza artificiale come a un’ombra minacciosa piuttosto che come a una luce nuova.

Troppo spesso prevale un atteggiamento che ricorda, per analogia storica, i luddisti di duecento anni fa, in fondo un tempo breve nella grande corsa della storia dell’umanità: non tanto il rifiuto di una macchina particolare, quanto la diffidenza sistematica verso ciò che sfugge al controllo immediato, verso ciò che accelera, verso ciò che ridisegna i confini del possibile.

IA, ma quale catastrofismo. Sarà un boom di produttività

Si moltiplicano i richiami al principio di precauzione elevato a dogma, le profezie di disoccupazione di massa, di perdita del controllo, di erosione dell’umano. Visioni che non sono prive di qualche fondamento concreto nessuna grande trasformazione ne è priva ma che rischiano di trasformarsi in una cornice unica, esclusiva, paralizzante.

Eppure, se si allarga lo sguardo, ciò che si profila non è la fine di un’epoca, ma l’inizio di un tempo che potrebbe rivelarsi, per molti aspetti, il più favorevole della storia umana. Dalla medicina alla produttività, dall’educazione alla mobilità, dall’energia alla ricerca scientifica, l’intelligenza artificiale non si limita a ottimizzare processi esistenti: apre possibilità che fino a pochi anni fa appartenevano al dominio della fantascienza. Diagnosi più precoci e più accurate, terapie personalizzate, farmaci scoperti in tempi radicalmente compressi; automazione di compiti ripetitivi e pericolosi che libera tempo e intelligenza umana per attività di ordine superiore; sistemi che rendono accessibili a un numero crescente di persone competenze un tempo riservate a pochi specialisti. Non si tratta di promesse generiche. Si tratta di traiettorie già in parte visibili, destinate ad accelerare.

Naturalmente ci saranno problemi. Ce ne sono stati con l’elettricità, con l’automobile, con la stampa, con internet. Ogni grande scoperta umana ha generato squilibri, adattamenti dolorosi, rischi imprevisti. La differenza non sta nell’assenza di difficoltà, ma nella qualità dello sguardo con cui le si affronta. Un approccio esclusivamente negativo quello che misura ogni innovazione solo in termini di ciò che potrebbe andare storto, senza mai chiedersi seriamente ciò che potrebbe andare straordinariamente bene finisce per privare le società della capacità di orientare il cambiamento. Non è prudenza: è una forma di immobilismo mascherato da saggezza. E immobilismo, in un’epoca di rapida trasformazione tecnologica, non significa conservazione dello status quo, ma arretramento.

È per questo motivo che il nostro giornale ha deciso di promuovere un ciclo di sei conferenze sull’intelligenza artificiale. Non per celebrarla acriticamente, né per demonizzarla. Ma per contribuire a costruire un dibattito pubblico all’altezza della posta in gioco: capace di riconoscere le ombre senza farsene prigionieri, e soprattutto tentando di elaborare scenari positivi, costruttivi, operativi. Scenari che aiutino cittadini, imprese, amministratori e decisori politici a prepararsi, piuttosto che a limitarsi a temere.

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