Demografia, produttività e Intelligenza Artificiale: tre elementi cruciali della contemporaneità strettamente connessi tra loro che saranno decisivi nel disegnare il futuro della nostra società. Questo il tema al centro del primo appuntamento del ciclo di conferenze che Il Tempo ha voluto dedicare all’IA, dal titolo «Intelligenza artificiale e tendenze demografiche: riprogettare i prossimi trent’anni delle nostre vite».
All’incontro, moderato dal direttore de Il Tempo Daniele Capezzone, hanno partecipato Marco Valerio Lo Monaco, corrispondente Rai dagli Usa; Salvatore Santangelo, comunicazione Inps; Paolo Reboani, economista; Andrea Venanzoni, saggista e docente; Leopoldo Gasbarro, giornalista e direttore responsabile di Wall Street Italia. Un dibattito a più voci in grado di andare oltre le tendenze interpretative più facili (sia catastrofiste che messianiche) sull’IA e capace di confrontarsi con le complessità di un tema che richiede un deciso cambio di postura culturale.
MARCO VALERIO LO PRETE
Sulle nuove tecnologie gli Usa offrono tradizionalmente un punto di vista privilegiato: da qui ha preso le mosse il corrispondente Rai Lo Prete per offrire il suo punto di vista sulla connessione tra IA, produttività e lavoro. «Negli Stati Uniti il dibattito è molto acceso», ha detto Lo Prete, «tanto che persino Trump ha l’ha definita “una rivoluzione più importante di quella industriale”». Un dibattito che anche Oltreoceano a volte assume «toni pessimistici», smentiti però dalla realtà: «la catastrofe troppo spesso annunciata ancora non si è vista», ha spiegato il giornalista. L’IA ha infatti «aumentato moltissimo la produttività e ciò si connette strettamente con il difficile quadro demografico odierno: sono i due addendi della medesima somma». Le stime sulla «crescita spinta dalle nuove tecnologie», ha proseguito Lo Prete, «compensa in qualche modo il pessimismo dovuto alla stagnazione demografica».
Ma, ha ammonito, «ciò non autorizza a restare inerti davanti ai cambiamenti: l’IA è un’opportunità che può ribaltare pessimismi e catastrofismi, ma nulla è garantito e i processi vanno governati, soprattutto in Italia».
SALVATORE SANTANGELO
La sfida demografica si riverbera sulle dinamiche previdenziali e sui sistemi di welfare più che su altri ambiti; per questo, ha ribadito Salvatore Santangelo, «l’Inps è molto coinvolto nel giocare un ruolo centrale nella gestione futura del sistema previdenziale in relazione alle innovazioni tecnologiche». Ruolo che per Santangelo deve passare da una partnership pubblico-privato che coinvolga i grandi attori istituzionali e le eccellenze imprenditoriali italiane. A partire dai dati: «L’Inps ha una mole di dati incredibile che l’IA, adeguatamente addestrata, può aiutare a valorizzare e a trasformare in un capitale da utilizzare per il bene di tutti gli italiani». In questo senso, ha proseguito, «il modello di “dote previdenziale” in sperimentazione in Germania può essere d’ispirazione, anche alla luce della critica situazione demografica che stiamo vivendo».
PAOLO REBOANI
«Nessuna apocalisse, tutt’altro: nel dibattito sull’IA ci sono molte informazioni, ma poca consapevolezza». Paolo Reboani ha voluto immediatamente spazzare il campo da fraintendimenti e distorsioni: narrazione e realtà sono diverse, basta guardare i numeri. Al netto delle criticità dovute «alla velocità con cui si sta sviluppando la tecnologia», chi parla «di apocalisse dovuta all’IA è smentito sistematicamente». «I numeri Usa sul mercato del lavoro sono chiari», ha illustrato Reboani: «Secondo l’Economist, l’IA nel 2023 ha distrutto 200mila posti di lavoro e ne ha creati oltre un milione», con un «saldo positivo di più 800mila nuovi occupati».
Non solo. Anche per ciò che riguarda la situazione demografica le cose starebbero diversamente: «l’impatto dell’IA ha portato a rivedere anche le stime sulle necessità demografiche». «Il tasso medio di 2,1 figli per donna necessario alla stabilità - ha soggiunto l’economista - pare sia stato sovrastimato, perché l’impatto dei sistemi IA su salute e lavoro dovrebbe riuscire a tenere comunque in equilibrio un sistema che ora sembra traballare» ma che è in continua evoluzione e in cui nulla è ancora scritto.
ANDREA VENANZONI
Né male, né bene in sé stessa: l’IA è trasformazione. È da qui che, secondo la lettura di Venanzoni, bisogna cominciare se si vuole analizzare la questione con lucidità e consapevolezza. «Il catastrofismo fa vendere», ha esordito, «ma non è sempre vero». Vero è invece un altro concetto, che va di pari passo con la trasformazione: riprogrammazione. «Noi non lavoriamo con l’IA, come si sente dire ovunque, ma lavoriamo con modelli di Ia, che è un’altra cosa». Modelli «diversi tra loro», che presiedono «a necessità e bisogni diversi, con esiti diversi», ha spiegato il saggista. «L’unico modo per avere un surplus di valore utilizzando l’IA è conoscere bene il modello e il proprio lavoro, così da cucirne l’uso sulle esigenze lavorative di ciascuno». Il rischio di un utilizzo «generalista», ha concluso, è quello di «una mediocrizzazione dei risultati».
LEOPOLDO GASBARRO
La parola chiave quando si parla di IA è per Gasbarro «responsabilità». Nel raccontarla e nell’utilizzarla, anche e soprattutto in ambito finanziario. «Noi ci preoccupiamo di fare terrorismo psicologico», ha detto, «mentre altrove sfruttano le potenzialità al massimo. La rivoluzione la stiamo subendo, come nel 2008». Un esempio? «I “Trump accounts”, per i quali il presidente Usa sarà ricordato più che per i dazi». «Negli altri Paesi, Germania compresa - ha aggiunto il giornalista - la consapevolezza finanziaria è uno strumento straordinario: dobbiamo aiutare gli italiani a capire che anche da noi si può creare ricchezza, ma bisogna smettere di dire sempre che va tutto verso il disastro. Il mondo non va male, è solo raccontato male».