«La coalizione di Trump comincia a disgregarsi. Dopo novembre si aprirà una battaglia per l’anima del Partito repubblicano». È questa l’analisi di John Bolton, già consigliere per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca e ambasciatore degli Stati Uniti all’Onu, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo 3 novembre.
Ambasciatore Bolton, quali scenari prevede per le midterm?
«Credo che i democratici conquisteranno la Camera dei rappresentanti. La partita per il Senato resta invece aperta, ma ritengo molto probabile che rimanga ai repubblicani. Anche se è chiaro che nel Paese cresce l’insofferenza verso l’amministrazione Trump. Il presidente pensava di mobilitare il suo elettorato, ma i sondaggi suggeriscono che stia spingendo soprattutto democratici e indipendenti a votargli contro. Gli americani sono preoccupati per l’inflazione, il costo della vita, i prezzi della benzina, saliti anche per la guerra con l’Iran. Tutto questo però non è soltanto l’effetto della guerra: il disagio è più generale, e la coalizione costruita da Trump comincia a disgregarsi».
Il voto del 3 novembre potrebbe segnare l’inizio del dopo Trump?
«Certamente. Dal giorno successivo tutti guarderanno alle presidenziali del 2028. Se la sua coalizione continuerà a indebolirsi, i repubblicani potranno recuperare i propri principi tradizionali. Sarà un passaggio importante per capire che cosa accadrà nei prossimi due anni. Anche perché, un Congresso controllato dai democratici potrebbe condizionare profondamente il presidente».
In che modo?
«Attraverso una lunga stagione di inchieste parlamentari, anche sulle decisioni del suo primo mandato. Penso al Pentagono, dove il segretario alla Difesa Pete Hegseth è stato duramente criticato, e alle accuse di corruzione rivolte a Trump e alla sua famiglia. Le indagini potrebbero assorbire l’attenzione della Casa Bianca, già alle prese con indici di gradimento molto bassi. Rischiamo due anni di paralisi politica, anche negli affari internazionali, dove il presidente dispone di maggiore libertà d’azione. E temo che Trump possa diventare ancora più imprevedibile, cercando con iniziative clamorose di dimostrare di essere sempre lui a comandare».
La Casa Bianca ha cercato di frenare i prezzi energetici anche con concessioni sul petrolio russo. Che giudizio ne dà?
«Molto negativo. Trump ha evitato di applicare sanzioni che avrebbero limitato la capacità di Mosca di vendere petrolio e gas sui mercati internazionali. Poi ha consentito la commercializzazione di oltre un milione di tonnellate di gasolio russo. È soprattutto un’operazione dettata da ragioni di politica interna. Il presidente vuole mandare un messaggio molto chiaro agli elettori: sto facendo abbassare i prezzi. Ma quelle quantità rappresentano soltanto pochi giorni di consumo americano e non arriveranno sul mercato in tempo per incidere sui prezzi prima del voto. Non credo pertanto che gli elettori si lasceranno convincere. Potrebbero anzi capire che comprare petrolio russo significa solo dare a Mosca denaro per continuare la guerra contro l’Ucraina».
Lei considera il trumpismo una rottura con la tradizione conservatrice americana. Che futuro vede per i repubblicani?
«Dopo il 3 novembre comincerà una battaglia di due anni per l’anima del partito. J.D. Vance proverà a presentarsi come l’erede naturale di Trump e del movimento MAGA. Ma non credo che Trump possa avere un vero erede: non c’è mai stato nessuno come lui nella politica americana e spero non ce ne sia mai più un altro. Dall’altra parte ritengo che molti esponenti repubblicani vorranno tornare alla tradizione di Reagan e Bush, basata su meno intervento dello Stato nell’economia, una difesa nazionale forte, una politica estera coerente. Quando Trump lascerà la scena politica, penso che la sua influenza diminuirà e che l’ala reaganiana tornerà a emergere».
E dopo il 3 novembre cosa succederà nel campo democratico? Prevarranno i socialisti o i moderati?
«Nel 2028 i democrats potrebbero essere ancora più divisi dei repubblicani. I Democratic Socialists of America - è difficile credere persino che si chiamino così - hanno forti consensi, molti attivisti e risorse considerevoli. La battaglia a sinistra sarà tra chi rivendica apertamente il socialismo e i democratici tradizionali. Non so chi vincerà, ma mi auguro prevalgano questi ultimi. Una maggiore influenza della sinistra socialista sarebbe estremamente pericolosa per la sicurezza nazionale e per la politica interna americana».
Quanto potranno incidere le elezioni israeliane sul conflitto con l’Iran?
«Il sistema politico israeliano, con i suoi tanti partiti, è molto complesso e il voto del 27 ottobre si annuncia combattuto. La questione decisiva è se Netanyahu resterà primo ministro. La differenza rispetto agli altri candidati non riguarda tanto la difesa nazionale, sulla quale c’è già un consenso abbastanza ampio, quanto il nodo dell’Iran. Da oltre trent’anni Netanyahu considera la minaccia iraniana una priorità, più di qualsiasi altro leader israeliano. Condivido la sua convinzione: non ci saranno pace e sicurezza in Medio Oriente finché quel regime non sarà sconfitto».
Una sconfitta di Netanyahu potrebbe cambiare gli equilibri regionali?
«Un governo guidato da altri avrebbe probabilmente obiettivi meno definiti sull’Iran, con conseguenze anche sulla strategia americana. Ma formare un nuovo esecutivo richiede tempo. Netanyahu potrebbe quindi restare in carica fino al 4 novembre, quando Trump ha indicato la conclusione della campagna militare contro l’Iran. Non sappiamo che cosa farà: potrebbe dichiarare vittoria e ritirare le forze. Ma se Israele partecipasse a nuovi attacchi in quei giorni, le possibilità di Netanyahu di restare al potere aumenterebbero. Il periodo tra il 27 ottobre e il 4 novembre sarà pertanto decisivo per il futuro dello scenario mediorientale».
