A scuola era un bullo, un attaccabrighe. Tanto che nel collegio cattolico Saint-Pierre, a Uccle, c’è rimasto appena un anno. Per il giovane Abdelhamid Abaaoud, il papà Omar, commerciante di stoffe immigrato dal Marocco, sognava una carriera luminosa. Lui che aveva sudato sette camicie per portare la famiglia in Europa. «Il Belgio ci deve tutto, mi vergogno di lui», disse ai giornali quando, a gennaio, il faccione barbuto e sorridente di Abdelhamid comparve nella lista dei ricercati più pericolosi d’Europa dopo lo smantellamento della cellula jihadista che a Verviers preparava attentati. Per correggere il figlio discolo, che già alle elemetari rubacchiava ai compagni, le aveva provate tutte il vecchio genitore. Compreso, appunto, inviarlo nelle migliori scuole, per allontanarlo dalla strada. Lo aveva iscritto pure al prestigioso Athénée Royal Serge Creuz. Di studiare ad Abdelhamid, pare, piacesse poco o nulla. «Quando poteva era a fumare con noi, a bighellonare ma non era un estremista islamico. Anzi, in moschea non ci andava proprio». Il ritratto danno gli amici di Molenbeek, il quartiere di Bruxelles dove viveva, è proprio quello di un bullo. Beffardo, irriverente, donnaiolo ma non terrorista. Eppure il ventottene ucciso dalla polizia a Saint Denis, e ritenuto la mente degli attentati del 13 novembre a Parigi, la carriera criminale deve averla iniziata presto. Tanto da divenire nel giro di dieci anni parte delle squadre d’élite che raccolgono informazioni, gli 007 del Califfato. Di lui si sa che nel 2010 e 2011 era rimasto coinvolto in piccoli reati con Ibrahim Abdeslam, il kamikaze che venerdì scorso si è fatto esplodere davanti al caffé Comptoir Voltaire e fratello di Salah, l’attentatore in fuga. Lasciato il Belgio, Abdelhamid ha cercato fortuna in Siria, nei ranghi dell’Isis. Come miliziano di Abu Bakr Al-Baghdadi, l’emiro della morte. Nel 2013 e 2014 ne è stata accertata la presenza a Raqqa. Divenuto ormai fondamentalista islamico, risce a convincere il fratello tredicenne Younes a combattere per la jihad. Lo porta in Siria dove il ragazzino viene ucciso. Papà Omar non lo ha mai perdonato. Quando la primavera scorsa il «New York Times» ha annunciato che Adelhamid potrebbe essere stato ucciso in Siria, con la figlia maggiore Yasmina l’anziano Ormar ha festeggiato ma a modo tutto suo: «Stiamo pregando affinché Abdelhamid sia davvero morto». L’ex bullo, nel frattempo, è nella schiera dei comandanti dello Stato islamico. Si fa fotografare su un pick up bianco mentre trascina quattro cadaveri sanguinanti. Tanto per dimostrare che è davvero un «duro». Poi rilascia un’intervista a «Dabiq», la rivista dello Stato islamico dove conferma di essere «entrato e uscito dall’Europa attraverso la Grecia» nonostante fosse ormai un super-ricercato. «I crociati sono stupidi, mi hanno fermato per un controllo ma non mi hanno riconosciuto. Allah mi ha protetto», racconta. A settembre viene avvistato a Deir Ezzour, in Siria e c’è chi sostiene per l’inatteso bombardamento francese fosse proprio per colpire lui. Invece è stato lui a colpire Parigi.
Da bullo a comandante dell’Isis La carriera del ragazzo «annoiato»
A scuola era un bullo, un attaccabrighe. Tanto che nel collegio cattolico Saint-Pierre, a Uccle, c’è rimasto appena un anno. Per il giovane Abdelhamid Abaaoud, il papà Omar, commerciante di stoffe...