Esteri

Quel vizio delle guerre a metà L’Italia arriva sempre per ultima

di Riccardo ScarpaDalla fine della seconda Guerra Mondiale l'Italia ha partecipato attivamente a 21 missioni militari internazionali, dall'Afghanistan, che è l'operazione nella quale abbiamo...

D alla fine della seconda Guerra Mondiale l'Italia ha partecipato attivamente a 21 missioni militari internazionali, dall'Afghanistan, che è l'operazione nella quale abbiamo impiegato più uomini, 1872, a quella in Macedonia e Sarajevo. Passando per il Libano (1100 uomini), il Kossovo (555), ma anche Iraq e Somalia. Parliamo sempre di partecipazioni a missioni internazionali, che non sono propriamente quella che si chiama guerra. Perché, quando si parla di guerra vera e propria, come si sta facendo in queste ore dopo le stragi di Parigi, con una polivalenza di voci e posizioni contrastanti che sono miele per l'Isis, ritorna l'Italia che fa finta di esserci senza esserci, insomma il Paese che combatte a metà, preferibilmente nella retroguardia. Dove, puntualmente, si è rifugiato anche Renzi dopo il G20 in Turchia. Sta di fatto che da più di un mese si discute se autorizzare missioni di bombardamento sulle postazioni Isis dei quattro Tornado e due Predator italiani che attualmente compiono voli di ricognizione in Iraq, con base in Kuwait. E secondo la nostra buona tradizione della partecipazione a metà, oggi di quella eventualità non se ne parla neppure più. Nonostante la raccapricciante aggressione terroristica alla Francia di venerdì scorso. Mentre si parla di un possibile intervento militare italiano contro l'Isis, torna alla memoria quella volta in cui un altro governo di sinistra, quello presieduto da Massimo D'Alema, mandò l'Italia in guerra, meglio nella seconda metà di una guerra. Accadde nel 1999 in Kosovo, con le forze della Nato contrapposte alla Serbia di Milosevic. I separatisti albanesi alla lotta politica per l'indipendenza unirono una vera e propria azione militare contro lo stato serbo. Belgrado rispose con una durissima repressione, ribadendo che non avrebbe mai accettato l'indipendenza proclamata unilateralmente dai kosovari, colpiti per questo da una sanguinosa pulizia etnica a cui la Nato rispose dichiarando guerra alla Serbia. Il governo D'Alema concesse l'uso delle basi militari italiane agli aerei che sarebbero andati a bombardare Belgrado. E soltanto in un secondo momento si ammise che i nostri caccia avevano sganciato bombe sulla capitale serba, partecipando attivamente ai raid offensivi. Fu quello il secondo intervento bellico italiano dalla fine della seconda guerra mondiale. Il primo c'era stato nel 1991 con la Guerra del Golfo contro l'Iraq di Saddam Hussein. Anche in questo caso l'Italia sganciò bombe, ma si seppe dopo. Il nostro Tornado abbattuto dagli iracheni mentre sorvolava a bassa quota il deserto, ufficialmente era in missione di ricognizione, anche se puntava su un obiettivo da colpire. Il generale Mario Arpino, all'epoca capo di Stato Maggiore della Difesa, in linea con la politica dell'esserci senza esserci, dichiarò: «I Tornado hanno bombardato? Io dico che alcuni velivoli italiani hanno colpito radar e batterie di missili che ci minacciavano È questo il problema?». Fu un problema per il governo Berlusconi accettare nel 2011 di impiegare l'aviazione italiana nei bombardamenti sulla Libia di Gheddafi. Il Cavaliere non voleva proprio saperne, ma fu una vera e propria imposizione del presidente Napolitano a decidere che il nostro Paese dovesse intervenire. Anche in questo caso si parlò di messa a disposizione degli aerei Nato della base di Trapani-Birgi e di voli di ricognizione da parte dell'Italia. Alla fine il capo di Stato Maggiore, il generale Giuseppe Bernardis, avrebbe ammesso 1900 missioni dei caccia italiani, il 7 per cento del totale compiuto dalla coalizione internazionale a guida Nato, con circa 7300 ore di volo. Come è andata a finire in Libia lo sappiamo tutti. Stiamo ancora pagando il «capriccio» unilaterale di Sarkozy di voler abbattere il regime di Gheddafi. Un precedente questo che potrebbe giustificare le titubanze del governo in carica nel partecipare a quella che tutti chiamano guerra, ma che l'Italia con Renzi e con i ministri Alfano e Pinotti, cioè Interno e Difesa, continuano pilatescamente a classificare come attacchi terroristici. Il problema attuale, di fronte alla gravità dell'offensiva di matrice islamica, è di rifuggire una volta tanto dalle ambiguità. Se il sedicente Stato islamico rappresenta davvero una minaccia integralista terroristica che può essere fermata solo con la guerra, se c'è un avallo della comunità internazionale in tal senso, allora decidiamo di partecipare senza fare la guerra a metà.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.