Il primo a raccogliere la richiesta di aiuto di Francois Hollande è stato Vladimir Putin, l’«uomo nero» che fino a ieri l’Europa aveva deciso di boicottare e che oggi invece è diventato fondamentale per la guerra all’Isis: il Cremlino ha infatti deciso che le navi della marina Russa che si trovano nel Mediterraneo si coordineranno con quelle francesi – alle quali si aggiungerà nei giorni prossimi la portaerei Charles De Gaulle – negli attacchi contro i terroristi. In più i due presidenti hanno deciso di rafforzare la collaborazione tra i rispettivi apparati militari e di intelligence in Siria anche se la Russia ha escluso la possibilità di interventi diretti in Siria con soldati schierati sul terreno. Solo raid aerei è al momento la strategia. Tutto questo in attesa dell’incontro ufficiale che avverrà tra Hollande e Putin a Mosca il 26 novembre. È il primo passo concreto di quella alleanza che la Ue ha siglato solo sulla carta, sulla base della clausola di solidarietà contenuta nell'articolo 42.7 del Trattato di Lisbona, che prevede sostegno per uno Stato membro vittima di un'aggressione. Ma per il momento, al di là delle parole, tutto resta molto fumoso. Perché non esiste un esercito europeo ed è stata esclusa la creazione di una missione comune tra tutti gli Stati dell’Unione: ogni governo dovrà decidere per conto proprio, fissando accordi bilaterali con la Francia e decidendo come comportarsi. Nel frattempo l’Eliseo ha dato ordine di proseguire i raid su Raqqa, la città in mano all’Isis e nella quale si trovano il quartier generale dei terroristi e i campi di addestramento: domenica notte i caccia francesi hanno compiuto nuovi bombardamenti mentre dalle navi russe, secondo quanto raccolto dal quotidiano «Le Monde», altri missili sono partiti per colpire la città. Nel frattempo il governo francese lavora su più fronti per allargare la coalizione: Francois Hollande ieri ha ricevuto all'Eliseo il segretario di Stato americano, John Kerry, e il 24 novembre andrà a Washington per parlare personalmente con Barack Obama, mentre il premier Manuel Valls ha ribadito che il Paese non si atterrà ai vincoli sul deficit stabiliti dall’Unione europea proprio per rafforzare la sicurezza. E proprio ieri Parigi ha vissuto altre ore di tensione per un finto allarme bomba alla Tour Eiffel. Per ore tutta l’area attorno al monumento è stata isolata e setacciata. Ma gli attentati di Parigi hanno avuto ripercussioni anche negli Stati Uniti: 23 governatori si sono schierati contro l'arrivo di rifugiati siriani. Sono tutti repubblicani, salvo la democratica Maggie Hassan, governatore del New Hampshire. Fra i contrari ci sono anche aspiranti candidati alla presidenza come i governatori del New Jersey, Chris Christie, della Louisiana Bobby Jyndal e dell'Ohio John Kasich. Sulla stessa linea altri candidati repubblicani come Donald Trump e Ben Carson, mentre Jeb Bush e Ted Cruz hanno chiarito la loro posizione spiegando che bisogna accogliere dalla Siria solo i cristiani in fuga. Il senatore Lindsay Graham ha avuto invece una posizione ancora più integralista, spiegando che non permetterebbe neanche «agli orfani siriani di meno di cinque anni» di entrare. L'altolà ai profughi sembra avere soprattutto scopo propagandistico, dato che difficilmente i governatori potranno impedirne l'arrivo una volta che questi ottengono il via libera. Al momento negli Stati Uniti sono arrivati 2.178 profughi siriani e l'amministrazione Obama ha annunciato che ne accoglierà 10 mila entro un anno.
Putin va in guerra con Hollande. Renzi si nasconde
Russi e francesi attaccano Raqqa. Il premier italiano: "Serve soft power non hard power"
