Esteri

C’è chi coniuga Mussolini e musulmani

È la destra che ha scelto di non seguire la Fallaci ma le riflessioni di pensatori come Franco Cardini

Sotto braccio portano i testi del tradizionalista «ricongiunto» René Guenon e in scrivania hanno l’immagine di Benito Mussolini con la spada dell’Islam. Sull’i-Pad leggono le incursioni del «saracino» Pietrangelo Buttafuoco e le missioni le fanno in Siria per raccontare la resistenza patriottica contro Daesh. È la destra che con l’Islam ha scelto da tempo di condividere quello spazio vitale chiamato Mediterraneo, non di coltivarne la paura nonostante l’11 settembre prima e il 13 novembre oggi. Non solo dall’eterodossa Oriana Fallaci, insomma, e di islamofobia si abbevera la destra. Certo, dopo la strage di Parigi – tra invettive dei redivivi neocon in salsa tricolore e la drammatizzazione mediatica – lo spazio per la riflessione è stato sostituito dalla reazione, dall’emotività, dallo sconcerto in parte strumentalizzati. Eppure c’è una destra italiana, composta quasi tutta da non islamici, che non ha mai creduto nello scontro di civiltà e che non ritiene l’Isis espressione del sentiment della comunità islamica, tutt’altro. In questi giorni, ad esempio, c’è chi come Franco Cardini – luminare medievista, cattolico e uomo di destra, che si sforza da sempre di fare divulgazione di qualità sull’argomento – ha spiegato con piglio analitico come «la stragrande maggioranza dei musulmani di tutto il mondo è del tutto estranea a questa follia» chiamata Isis. C’è chi, come Buttafuoco, altro pensatore con un pedigree di destra fuori discussione, ha più volte ricordato come le prime vittime di Daesh sono gli stessi musulmani e come sono musulmani i primi avversari, sul campo, dei tagliagole. Si tratta di una destra «diffusa», questa che non reputa potabile la guerra di civiltà, e che, tra spiritualità e geopolitica, vede nella religione della Mezzaluna una delle fonti della dottrina tradizionale a cui si «ricongiunse» Guenon o un ingrediente identitario dei popoli tanto vituperato dal «mondialismo». Se c’è chi legge Massimo Fini, perché non crede nell’esportazione della democrazia teorizzata da Fukuyama, per anni sul Secolo d’Italia c’è chi ha trovato nella rubrica «Musulmani europei» curata da Omar Camiletti - ex indiano metropolitano convertito all’Islam, oggi consigliere nella Grande moschea di Roma – la declinazione di un Islam integrato nell’identità italiana. Anche la destra movimentista rifugge la semplificazione islamofoba. All’ingresso di CasaPound, solo per fare un esempio, nel pantheon dei riferimenti si trova il nome del generale Massoud, che guidò la resistenza afgana contro i sovietici e poi contro i talebani. E oggi dal centro sociale non conforme ai tanti gruppi identitari la difesa della Siria di Bashar Al Assad dall’avanzare del fondamentalismo wahabita si ricongiunge storicamente ai rapporti che il fascismo ebbe con i nazionalismi arabi: un filone politico che ha affascinato a destra per la capacità di coniugare la visione dello stato moderno, partecipata, con la religione. Filone rivendicato a maggior ragione oggi, dopo il flop delle «primavere arabe» e l’emergere, come contraltare, delle petro-monarchie sau dite. E i politici? Se è da ricordare come si deve alla giunta Alemanno la creazione di un importante appuntamento come la «settimana della cultura islamica» a Roma, impegnato da sempre nella ricerca e nel racconto del mondo arabo e musulmano è Marcello de Angelis - già direttore di Area e del Secolo ed ex parlamentare di An e del Pdl - che nei suoi recenti reportage dalla Siria e dall’Iran ha evidenziato la guerra in atto interna al mondo islamico, con l’Isis nella parte di una sorta di «Tecno-Islam» che si poggia non nella dottrina ma nello sfascio nichilista della società occidentale.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.