L’apertura l’ha fatta Andy Burnham, ma gestirne le conseguenze toccherà a Carlo III. Sabato, alla vigilia del vertice del Commonwealth di Antigua, il primo ministro britannico ha detto che il Regno Unito potrebbe chiedere scusa ufficialmente per la tratta degli schiavi. È un cambio di rotta netto: fino a quel giorno Londra aveva sempre respinto la richiesta, per paura che un’ammissione formale aprisse la porta a risarcimenti da miliardi.
Il premier però ha lanciato il sasso senza seguirne la traiettoria. Ad Antigua, dove è atteso anche lui, non sembra previsto alcun mea culpa pubblico. I risarcimenti economici restano esclusi. Al loro posto Burnham propone una ristrutturazione del debito dei Paesi interessati e un generico “dialogo strutturato” con le comunità colpite dallo schiavismo, come riporta il “Corriere della Sera”. Ha alzato le aspettative e ha rinviato ogni impegno concreto.
Così, davanti ai leader del Commonwealth, il primo a parlare sarà il sovrano. E dovrà farlo senza aver cambiato una riga. Carlo era stato informato delle intenzioni di Burnham, ricostruisce il quotidiano di via Solferino, ma ha deciso di lasciare il discorso così com’era. Si fermerà al “sincero dispiacere”, senza andare oltre. Buckingham Palace ripete che le scuse formali sono competenza del governo e non della Corona. È una precisazione corretta sul piano istituzionale, ma pesa poco davanti a una platea che da Londra ormai si aspetta di più.
Per il re il momento non potrebbe essere peggiore. La famiglia reale è finita sotto accusa per alcuni documenti, emersi di recente, che collegano direttamente la Corona alla tratta. In più, già nelle prime tappe del viaggio caraibico Carlo ha trovato ad attenderlo gruppi di contestatori, poco numerosi ma visibili. Ora i leader dei Paesi caraibici, rafforzati dall’apertura di Downing Street, chiedono di arrivare fino in fondo, cioè a una forma di compensazione. E queste richieste arriveranno prima di tutto a lui.
Luigi Ippolito, corrispondente del “Corriere” da Londra, ricorda che non è la prima volta che il premier si lascia andare a uscite improvvise. Questa volta però il conto arriva a chi, per ruolo, non può né promettere né trattare.
In patria la mossa del premier ha riaperto lo scontro politico. Kemi Badenoch, leader dei Conservatori e di origini nigeriane, ha chiesto perché i risarcimenti debbano essere pretesi da Londra e non dai Paesi africani, i cui antenati si arricchirono con la tratta.
Diversi commentatori richiamano dati che raramente entrano nel dibattito. Lo schiavismo fu una pratica diffusa in Asia e in Africa, con un ruolo centrale di mercanti arabi, ottomani e degli stessi regni africani. La quota britannica sul totale della tratta viene stimata intorno al 9%. Il Regno Unito fu tra le prime grandi potenze a vietare il commercio di schiavi, nel 1807, e ad abolire la schiavitù, nel 1833. Nella prima metà dell’Ottocento la Royal Navy impegnò un sesto della flotta nella caccia ai negrieri, perdendo circa 17 mila uomini.
Lo stesso Ippolito parla di un “terzomondismo di comodo”. Richiama poi la formula con cui Pascal Bruckner, oltre quarant’anni fa, descriveva il senso di colpa occidentale: “il singhiozzo dell’uomo bianco”.
Il dibattito storico può aspettare. Ad Antigua invece serve una risposta subito, e a darla, almeno per ora, toccherà al re.
