Esteri

Gli spari che hanno spento la musica

La strage al Bataclan rischia di affondare il business dei grandi concerti Da Lady GaGa a Vasco, tutti solidali: ma ora scatta la sindrome da palco FOTO Il Bataclan un minuto prima della strage

Eccolo, il momento in cui il rock perde definitivamente la propria innocenza. Pochi istanti dopo lo scatto del fotografo Manuwino, al Bataclan la festa si tramuterà in orrore, e per 89 di quei ragazzi non vi sarà scampo. Ai concerti spesso si sono avute tragedie, quasi tutte provocate da questioni di ordine pubblico: 11 morti per la calca a Cincinnati nel ’79 prima dell’esibizione degli Who, 9 vittime nel 2000 durante il set dei Pearl Jam al Festival di Roskilde. Uno sparo risuonò ad Altamont, nel 1969, mentre i Rolling Stones suonavano «Sympathy for the devil»: quei criminali del servizio d’ordine degli Hell’s Angels uccisero uno spettatore in evidente stato di alterazione psichica. Il demonio c’entra, a voler imbastire leggende, anche nella strage di Parigi: quando i kamikaze entrano in azione gli Eagles of Death Metal sono alle prese col brano "Kiss the devil". Per esorcizzare quest’inferno non basta il crac emozionale di "Imagine", l’inno dell’umanità la cui eco ha percorso il mondo, dal pianista ambulante davanti al Bataclan fino ai Coldplay, che l’hanno proposta a San Francisco: in omaggio alle vittime, ma anche all’autore della ballata. Perché non v’è dubbio che oltre a scardinare le certezze della civiltà, l’azione inumana dell’Isis abbia scoperchiato un vaso di Pandora anche nell’inconscio delle star, insidiate dall’8 dicembre 1980 dalla "Sindrome Lennon", l’unico mito della musica popolare assassinato da qualcuno che gli era di fronte. Ma lì accadde per strada, e il killer era un fan squilibrato, ansioso di appropriarsi per sempre della memoria di John. Qui invece, dopo il venerdì nero, ognuno degli idoli pop riscopre l’angoscia di sentirsi nel mirino mentre è su un palco. Ai concerti non esiste sicurezza totale, Parigi ne è la prova. Così, dopo il crollo depressivo, i musicisti si interrogano sul "continuare o no". Per garantire un futuro al grande business del rock non bastano i fiori portati dagli U2 davanti al teatro del massacro dopo aver annullato il proprio megashow nella capitale francese. Né rassicurano le lacrime di Madonna, che a Stoccolma ha omaggiato i morti del 13 novembre piangendo prima di "Like a prayer", sottolineando che «stavo per cancellare tutto, ma poi mi sono detta: perché dobbiamo permettergli di fermare me e noi dal godere della nostra libertà?». Tra pochi giorni canterà per tre sere a Torino, in un PalaAlpitour militarizzato, intonando pure "La vie en rose". Ma dopo? Questi sono carrozzoni che ad organizzarli servono milioni per ogni data, e anche se i manager internazionali giurano che tutto è come prima, alla fine di ogni tour occorrerà tirar di conto: e se la gente rinunciasse a comprare i biglietti, o i genitori non mandassero i figli ai concerti pur innocui? I Foo Fighters si sono già fermati, e avevano davanti una tournée serrata. È un segnale pesantissimo. Certo, per ora le star cercano di stare sul pezzo in modo più o meno sicuro, dove non si rischia ma si manifesta sincera solidarietà con Parigi. Lady GaGa indossa un abito ispirato al tricolore francese mentre va a fare shopping, Justin Bieber raffazzona due frasi di compianto durante una premiazione. E a fare il giro dei social, tutti i protagonisti nostrani postano foto, slogan, citazioni, manifestazioni d’intento: da Jovanotti ("Avremmo potuto esserci noi al Bataclan a suonare a lavorare o a sentire qualcuno che suona...l’obiettivo di questi attentatori è la Libertà, è il multiculturalismo, è la società aperta, la civiltà, la modernità, il progresso, la democrazia..."), a Vasco ("Noi non abbiamo paura, non cambieremo le nostre abitudini e non cambieremo di certo i nostri valori di civiltà!"), da Laura Pausini a Fiorella Mannoia, da Cremonini alla Nannini, sembrano tutti mobilitati in prima linea. Ma il palco non è un hashtag, e adesso è una bestiaccia che fa paura. Ancor più che all’indomani dell’11 settembre, quando i terroristi presero di mira grattacieli, non sale da concerto. E anche allora, nel 2001, per organizzare un Tributo a New York senza correre rischi si dovette ricorrere alla segretezza delle location nelle quali cantanti e attori si esibivano in diretta tv. Ci volle tempo per ritrovare un minimo di serenità nel circo rock: il primo grande concerto dopo le Torri Gemelle fu al Madison Square Garden, ma con una platea piena di poliziotti e pompieri, e Giuliani in prima fila. In queste ore si sta con certezza pensando a un "omaggio a Parigi" su vasta scala, con il coinvolgimento delle superstar globali. Il problema è come, dove, se. L’industria discografica era in una profonda crisi sistemica prima, figurarsi ora. Basterà la voglia di crederci? Di non abbassare il volume nei palasport blindati e nei localini dove cercano spazio gli emergenti? Come sarà possibile far continuare la perpetua festa rock senza trasalire a ogni botto? Per ora, l’unica musica che il mondo abbia voglia di ascoltare è la Marsigliese.

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