Esteri

Gli jihadisti sulle rotte dei migranti

L’analisi sui seguaci dell’Isis approdati con i disperati La strategia del Califfato: in Italia in pochi alla volta e sui barconi più sicuri

Tebu, Al Megarha, Misurata e Awlad Sliman. Sono i nomi di alcune delle più importanti e potenti tribù libiche che gestiscono il traffico di immigrati insieme agli scafisti e ai terroristi dell'Isis, entrati nel business da quasi un anno. Trafficanti di morte e di jihadisti che si infiltrano tra i disperati per mettere piede in Europa. L'Antiterrorismo è sulle tracce di alcuni gruppi che sono approdati nel nostro Paese per consentire allo Stato islamico di posizionarsi sul territorio, organizzare azioni e reclutare nuovi mujiaheddin. Due facce della stessa medaglia, dunque, che hanno in comune la Libia, dove il caos nel quale è sprofondato il Paese consente alle varie fazioni e alle bande di contrabbandieri di smistare in Occidente gente in cerca di un futuro dignitoso, ma anche terroristi. Quest'ultimi in percentuale nettamente inferiore rispetto a coloro che fuggono dalle guerre e dalla fame (secondo gli investigatori due persone al massimo con i barconi considerati «più sicuri», quindi non di frequente), ma che rappresentano in ogni caso quel tanto che basta per mettere in allarme gli investigatori che hanno individuato alcuni soggetti a rischio sul territorio italiano. Sono sbarcati senza documenti e dichiarando generalità false. La loro intenzione, secondo chi indaga, sarebbe quella di restare in Italia «in attesa di ordini». Un aspetto inquietante che rende la questione dell'immigrazione ancora più tragica. Un fenomeno dove a guadagnarci sono coloro che gestiscono il traffico degli esseri umani nelle varie fasi. Nel sud della Libia, nella regione del Fezzan, il viaggio di coloro che tentano l'arrivo in Europa incontra dapprima le bande legate alla tribù di Tebu, che controlla la zona meridionale della Libia, a cui bisogna affidarsi in cambio di denaro per proseguire la traversata. Da qui partono camion carichi di immigrati, provenienti dal Ciad e dal Niger, che verranno poi portati dal confine libico fino alla città di Al Qatron, un nuovo checkpoint in cui la gestione passa alle bande di altre tribù. I clandestini, dunque, passano nelle mani di spietati gruppi, a volte anche di contrabbandieri, che in accordo con le tribù e con lo Stato islamico che controlla alcune zone della Libia, continuano la tratta degli esseri umani fino a Sebha e Brak Alshat dove i disperati vengono raccolti da altre bande. Il controllo di questa zona è in mano alla tribù Al Megarha che divide il «lavoro» con quelle di Misurata e Awlad Sliman. Le migliaia di immigrati stipati nei camion, che riescono a sopravvivere all'attraversamento del Sahara, verranno poi dirottati verso il nord della Libia, Tripoli e Bengasi, da cui proveranno ad imbarcarsi verso l'Italia. Un percorso che spesso si rivela mortale per molti di loro, costretti a pagare migliaia di euro ad ogni tribù o banda che gli consenta di attraversare un pezzo di territorio libico. La fine arriva sulle coste libiche, quando gli scafisti e l'Isis allestiscono le carrette del mare spesso destinate a naufragare.

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