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Lula e la passione fuori tempo dei progressisti italiani: altro modello sbagliato

La storia di un uomo solo al comando: perché il “lulismo” non è esportabile in Italia e in Europa

Tra gli aneddoti che ama citare di frequente il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva (che il 25 ottobre se la dovrà vedere al ballottaggio delle presidenziali brasiliane con Flavio Bolsonaro, in testa al primo turno con oltre due milioni di voti di vantaggio) ce n’è uno che riguarda François Hollande, l’ex presidente socialista francese: “Quando François Hollande fu eletto presidente – questo il racconto di Lula – chiese un incontro con me e mi domandò: ‘Lula, secondo te che cosa devo fare per assicurare il successo del mio governo?’. Io gli dissi: ‘Ricordi il discorso che hai fatto per vincere le elezioni? Mettilo sulla testiera del letto e tutte le mattine, quando ti svegli, leggi quello che hai detto, per non dimenticare che cosa hai promesso’”. Che dire: se Hollande ha seguito il consiglio di Lula il consiglio non ha funzionato visto che la sua presidenza non è che sia stata un gran successo francese. Anche perché ricordarsi ogni mattina le promesse agli elettori se poi non vengono mantenute non serve a granché, se non come esercizio per la memoria. Lasciando adesso perdere la Francia, la cosa interessante è che in questo aneddoto raccontato dal presidente brasiliano c’è un sunto striminzito ma indicativo del “lulismo”, che ben descrive perché la convinzione (molto europea) che Lula rappresenti una via originale al socialismo o perlomeno al successo della sinistra non solo brasiliana ma globale è sbagliata. In realtà il “lulismo” è lui: Lula. Punto. Basta andare indietro nel tempo per dare un’occhiata ai programmi e alle dichiarazioni del leader brasiliano per accorgersi che l’ingrediente principale della sua politica è comunque lui. Con il suo carisma, i suoi difetti e i suoi talenti.

Lula nasce nel 1945 in una cittadina all’interno del Pernambuco, in Brasile, in una famiglia poverissima e quel nome Lula è in realtà un soprannome che gli mise sua madre e che, tradotto in italiano, significa “calamaro”. A 18 anni, mentre lavora in fabbrica, perde il dito di una mano. Sarà quell’episodio a spingerlo verso il sindacato e a segnare, di fatto, il suo impegno politico. Nel 1975 Lula diventa leader del sindacato dei metalmeccanici e nel 1980 guida uno sciopero contro la dittatura. Arrestato, finirà per quaranta giorni in carcere. Mentre è in prigione gli muore la mamma e gli viene impedito di partecipare al funerale. Un anno dopo fonda il Pt, Partido dos trabalhadores (il Partito brasiliano dei lavoratori). Da lì in poi la sua carriera politica andrà in crescendo, sino a diventare leader della sinistra brasiliana e presidente del suo Paese. Una biografia, quella di Lula, non v’è dubbio, che segna anche il suo impegno politico, presente e passato. Da qui a farne il simbolo della sinistra globale ce ne corre, soprattutto riguardo al progressismo in Italia e in Europa, considerando che una storia come la sua è una storia profondamente legata alle vicende del Sudamerica della seconda metà del secolo scorso e di questo che stiamo vivendo. Del resto basta guardare ad alcune sue posizioni politiche per rendersene conto. Andiamo per capitoli, cominciando dai Brics (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica che indica un’organizzazione intergovernativa di cui fanno parte le economie emergenti del Pianeta).

A proposito dei Brics (allora ancora Bric perché mancava il Sudafrica), Lula scriveva nel maggio 2010: “Il termine Bric è stato coniato solo una decina di anni fa come acronimo di una nuova realtà, ovvero i quattro paesi – Brasile, Russia, India e Cina — che assieme erano arrivati a rappresentare il 15% del Pil globale. Siamo Paesi in cui tutto accade su vasta scala: vantiamo quasi la metà della popolazione mondiale, il 20% della superficie terrestre e siamo ricchi di risorse naturali. Oggi, i paesi Bric partecipano attivamente a tutti i processi decisionali internazionali. In tal ruolo siamo profondamente consapevoli del nostro potenziale come catalizzatori di cambiamento nel rendere la governance globale più trasparente e democratica”. Con franchezza, ma c’è davvero qualche progressista in Italia e in Europa convinto che Russia e Cina aiutino a democratizzare la governance globale? Beh se c’è, a sinistra hanno un problema. Anzi più di uno. Qualche anno prima, nell’agosto del 2002, in una intervista al “Corriere della Sera”, a proposito delle sue prospettive politiche Lula spiegava: “La mia preoccupazione principale è il mio Paese e il ruolo del Brasile in questo continente (ndr, il continente americano) deve crescere. Non è tanto una questione di leadership, ma se faremo bene serviremo come esempio ad altri popoli. Abbiamo una storia, un partito, un programma. Non voglio finire come Walesa in Polonia, che era un simbolo ma non aveva niente dietro, a parte l’anticomunismo. E difatti non se lo ricorda più nessuno”. A parte che Lech Walesa se lo ricordano ancora in parecchie fa parte della storia della liberazione della Polonia e dell’Europa dell’Est dal giogo della dittatura comunista, queste parole di Lula spiegano bene perché la ricetta per la sinistra italiana, nella speranza di tornare a vincere qualche elezione, non può essere il “lulismo”. E a proposito della ricetta della sinistra, venti anni fa, è stato proprio Lula a sottolineare: “Le parole hanno un significato differente da Paese a Paese. Ogni sinistra riflette le proprie realtà culturali e politiche, in America Latina come altrove. Un certo discorso di sinistra in Brasile non ha lo stesso peso in Messico. Personalmente non ho mai tenuto molto a venire etichettato come sinistra”. Anche per questa ragione la passione dei progressisti italiani (ed europei) per Lula oltreché fuori tempo è fuori Continente.

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