Il divieto di donare gli embrioni alla ricerca non è una violazione dei diritti umani. A stabilirlo la Corte europea di Strasburgo che ieri si è pronunciata sul ricorso proposto da Adelina Parrillo, la vedova del regista Stefano Rolla morto nell'attentato di Nassiriya del 2003, che si era opposta alla decisione dell’Italia di non permettere la donazione a scopo scientifico di embrioni umani ottenuti attraverso la fecondazione in vitro. La Corte, dunque, ha decretato, con 16 voti favorevoli e uno contrario, che il nostro Paese non ha violato la Convenzione europea sui diritti dell'uomo. Un sentenza destinata a far discutere e che da più parti è stata accolta come una vittoria. I togati di Strasburgo, infatti, hanno stabilito che «gli embrioni umani non possono essere ridotti a una proprietà come definita dall'articolo 1 protocollo 1 della Convenzione europea dei diritti umani». In questo modo hanno rigettato in toto le richieste della donna, che nel ricorso aveva sostenuto come la decisione impostale dallo Stato italiano ledeva il proprio diritto al rispetto della vita privata e quello al rispetto della proprietà privata. «Siamo chiaramente un po' delusi dalla decisione odierna della Corte europea dei diritti dell’uomo - ha detto all’AdnKronos Salute Nicolò Paoletti, l’avvocato di Adele Parrillo - ma ora aspettiamo la sentenza della Consulta italiana», attesa nei prossimi mesi, sulla questione del divieto di donazione degli embrioni alla ricerca scientifica contenuto nella legge 40/2004 sulla Pma, confermato oggi dalla Corte Edu nella sentenza sul caso Parrillo versus Italia. «Sarà interessante - ha aggiunto il legale - vedere quale sarà il rapporto di questa sentenza con la decisione della Consulta, che era stata rinviata nel 2014 proprio in attesa di Strasburgo. Un margine di manovra è riconosciuto alla Consulta italiana, che forse potrebbe ancora decidere in maniera diversa». Adelina Parillo e il suo compagno Stefano Rolla, nel 2002 ricorsero alla fecondazione in vitro ottenendo cinque embrioni mai impiantati. A novembre 2003 la tragedia. Dopo la morte dell’uomo, rimasto vittima dell’attentato alla base militare del contingente italiano a Nassiriya che costò la vita a 19 italiani (17 militari e due civili), la donna decise di non procedere all’impianto di alcun embrione, optando per la scelta di donarli alla scienza, in particolare per la ricerca su malattie difficili da curare. La legge italiana, però, vieta di eseguire esperimenti sugli embrioni umani e la richiesta di Adele Parrillo è stata rifiutata, nonostante sia giunta prima dell’entrata in vigore dell'attuale legge che vieta l'uso di embrioni umani per la ricerca. Nel 2011, però, la donna decide di rivolgersi alla Corte di Strasburgo che nella sua decisione ha spiegato che la preparazione della legge italiana «ha generato un dibattito significativo» e che le autorità italiane «hanno preso in considerazione l'interesse dello Stato nel proteggere l'embrione e l'interesse degli individui coinvolti». La Corte, inoltre, in questo caso specifico ha ritenuto che «il divieto è necessario in una società democratica» in quanto non ci sono prove che il compagno della signora Parillo fosse d’accordo con la donazione degli embrioni.
L’Europa boccia la vedova di Nassiriya
La Corte di Strasburgo contraria alla donazione di embrioni per esperimenti Nel 2003 dopo la morte del regista Rolla la compagna non li aveva più impiantati
