Esteri

L’Isis fa strage alle porte dell’Italia

Trucidati in ospedale i miliziani della tribù che si è ribellata al Califfato In tre giorni 106 morti nella battaglia per la conquista di Sirte

Era rimasti feriti ventidue soldati della tribù Ferjan, l’unica che a Sirte non ha volto giurare fedeltà all’Isis. E così i miliziani del Califfato sono andati nell’ospedale di Sirte dove erano ricoverati, lo stesso dove era nato il leader libico Muammar Gheddafi, e li hanno uccisi. Quindi hanno dato alle fiamme l’edificio. Una strage epilogo di una battaglia senza quartiere iniziata quando lo Stato islamico ha conquistato Sirte, imponendo ai residenti di giurare fedeltà ai nuovi rais. Una delle tribù non lo ha fatto. E l’Isis ne ha ucciso il capo, Khalid bin Rajab al-Firjani. Giovani della tribù, armati, avrebbero quindi ammazzato due comandanti dello Stato islamico durante i violenti scontri in corso da due giorni nella città della Libia orientale. Gli uccisi, secondo il quotidiano tunisino Al Wasat, sarebbero l’egiziano Abu Hamam al Masry e il saudita Abu Hudhaifa al Ansary. I due sarebbero morti durante l’attacco condotto nel sobborgo di Tawila dalla tribù Ferjani, che ha chiesto agli abitanti di Srte di sollevarsi contro i terroristi del Califfato. Per tutta risposta, i miliziani dello Stato islamico hanno minacciato di colpire i residenti con il gas se non fossero terminati gli attacchi da parte dei membri della tribù ribelle. Dopo l’assassinio, avvenuto il 10 agosto, del leader salafita all’uscita della moschea Cordoba, diversi membri della tribù hanno intensificato gli attacchi contro i terroristi che ieri hanno risposto bombardando con colpi di mortaio i quartieri in cui risiedono i Ferjani uccidendo 38 persone. Dopo il bombardamento e la minaccia di utilizzare armi chimiche, lo Stato islamico l’ospedale, che si trova sempre a Tawila. Secondo fonti locali l’Isis starebbe inoltre conducendo rapimenti su larga scala nella città, sequestrando tutti coloro che si oppongono al dominio del Califfato guidato da Abu Bakr al Baghdadi. Secondo l’emittente televisiva al-Arabiya, sono almeno 106 le persone rimaste uccise in tre giorni di scontri a Sirte tra Isis e Firjan. A giugno Sirte è caduta in mano alle milizie dello Stato islamico e da giorni è teatro di scontri con i salafiti. Alle formazioni armate, riferiscono testimoni, si sono aggiunte decine di civili armati, decisi a cacciare l’Isis da Sirte. Dopo l’attacco di mercoledì costato la vita a 38 persone, il governo di Tobruk accusa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per i crimini compiuti dallo Stato islamico. Per il governo di Tobruk l’Onu è responsabile di questa situazione per non aver ancora revocato l’embargo sulle armi all’esercito libico imposto dal 2011. Intanto violenti scontri sono in corso a Bengasi, nel sobborgo di Sabry, fra l’Isis e i militari fedeli al governo di Tobruk, guidati dal generale Khalifa Haftar, appoggiati da numerosi civili che avrebbero imbracciato le armi. Secondo fonti locali l’esercito avrebbe intenzione di colpire l’area con raid aerei per sconfiggere definitivamente i terroristi. Violenti scontri sono in corso anche a Derna. Secondo il portavoce dello Stato maggiore libico del governo di Tobruk, Ahmed al Mesmary, la Derna starebbe per cadere nelle mani dell’esercito guidato dal generale Khalifa Haftar. Molti dei guerriglieri sarebbero fuggiti verso Sirte e Bengasi via mare. Al Mesmary ha aggiunto che il gruppo che controlla parte della città, le brigate Abu Salim, considerano i militari degli infedeli che meritano l’uccisione, tuttavia il portavoce esclude per il momento raid aerei contro la città: «Non vogliamo devastare la città come è accaduto a Sabry e Bengasi. Abbiamo lasciato l’intera questione ai residenti di Derna che conoscono l’ubicazione dei terroristi e i loro movimenti». Il portavoce di Haftar ha dichiarato che proprio grazie alla collaborazione dei cittadini i militari sono riusciti a entrare in città per prendere informazioni sui movimenti dei comandanti nemici, colpendo le milizie sfruttandone anche le divisioni interne. Intanto Hussein al Karami, presentato come emiro dello Stato Islamico a Sirte ha radunato davanti alla moschea Cordoba, quella dell’uccisione del capo della tribù ribelle, 120 ragazzi della tribù Farjan“da decapitare” subito dopo la preghiera. Lo ha riferirto ieri il portale di informazione libico “Shabakat Sirte”. In Libia la guerra non è più tra governo e terroristi. Ma è degenerata in una battaglia tribale. Dove i governi sono due, quello di Tripoli e quello di Tobruk guidato da Abdullah al-Thani e riconosciuto a livello internazionale. Sul campo si scontrano con i miliziani di Ansar al-Sharia, gli islamisti di Alba della Libia e l’Isis. C’è poi la Guardia alle strutture del petrolio, capitanata da Ibrahim Jadran (e vicino a Haftar), le milizie dello Zintan, quelle della minoranza etnica dei Tebu e adesso anche i miliziani della tribù Farjan. In ognuna delle tre aree in cui la Libia è storicamente suddivisa (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) il Califfato ha simpatizzanti che, però, non esitano a scontrarsi tra loro per effetto di antiche rivalità tribali. Risultato? Stragi, battaglie e omicidi per avere ciascuno il proprio «fazzoletto» di Libia dove comandare.

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