Fidel Castro compie 89 anni alla vigilia dell'arrivo del segretario di Stato americano, John Kerry, a Cuba per la riapertura dell'ambasciata degli Stati Uniti. E' la prima visita di un capo della diplomazia di Washington in 70 anni. Fidel, alla guida dell'isola per 49 anni, è stato il protagonista, insieme al fratello Raul e a Che Guevara, della rivoluzione cubana con cui venne rovesciata la dittatura di Fulgencio Batista e che portò il lider maximo ad assumere il potere nel 1959. Questo compleanno segna un ritorno amaro degli Usa nell'isola. Lo si avverte dalle parole di Castro: "Gli Stati Uniti devono a Cuba un indennizzo di "molti milioni di dollari" a causa dell'embargo commerciale imposto più di cinquant'anni fa. Gli "argomenti sono inconfutabili" e già denunciati all'Onu. E' quanto si legge in un articolo dal titolo "La realtà e i sogni" pubblicato sui media locali, alla vigilia della storica visita del segretario di Stato. Castro non ha precisato esattamente a quanto ammonterebbe il risarcimento, ma anche gli Usa si apprestano a chiedere un compenso per i beni di proprietà americana, come quello immobiliare, confiscato quando il governo rivoluzionario prese il potere sull'isola caraibica. La risposta di Washington La Casa Bianca risponde a Fidel con un improvviso annuncio: Kerry incontrerà alcuni dissidenti cubani e in particolare le "Signore in Bianco". E' stato lo stesso segretario di Stato a rompere il silenzio sull'argomento in un'intervista alla televisione statunitense di lingua spagnola Telemundo News: "Avrò la fortuna di sedermi con loro nel corso di un incontro privato, senza la stampa, all'ambasciata americana". Confermando che i dissidenti "non sono stati invitati alla cerimonia ufficiale perché si tratta di un evento tra Stati". Gli anni dell'embargo L'embargo commerciale verso Cuba risale al 1962, tre anni dopo la salita al potere di Fidel. Nell'articolo Castro non menziona espressamente i nuovi progressi della relazione con Washington, né la visita di domani di Kerry, ma ricorda le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, sottolineando che gli Stati Uniti, non raggiunti dalla guerra, diventarono un Paese "più ricco e meglio armato della Terra, di fronte a un mondo distrutto, pieno di morti, feriti e gente affamata". Cuba, ha poi sottolineato, non smetterà mai "di lottare per la pace e il benessere di tutti gli esseri umani, indipendentemente dal colore della pelle e dal Paese di origine". Riapre "l'ex covo di spie" L'ex covo di spie torna a essere ambasciata americana. Quando domani Kerry isserà la bandiera degli Stati Uniti, si volterà una nuova pagina nella storia dell'alto edificio di sette piani in vetro e cemento che svetta sul Malecon, dove lavorano 50 funzionari americani e 300 impiegati cubani. Inaugurato nel 1953, il palazzo è stato costruito dagli architetti americani Wallace Harrison e Max Abramovitz, gli stessi che realizzarono la sede della Cia a Langley. Il 3 gennaio 1961 cessò formalmente il suo ruolo di ambasciata con la rottura dei rapporti diplomatici. La rottura fu preceduta dalla nazionalizzazione delle proprietà delle grandi società americane che operavano sull'isola, come United Fruit, Coca Cola, Palmolive. Castro accusò all'inizio del 1961 l'ambasciata di essere "un nido di spie", utilizzato per "introdurre agenti cospiratori e terroristi" e chiese il ritiro dei diplomatici americani. Il presidente degli Stati Uniti, Dwight Eisenhower, rispose che era stato superato il limite della sopportazione e i rapporti diplomatici furono interrotti. La sede diplomatica fu affidata alla custodia della Svizzera, che riuscì a impedire la sua trasformazione in sede del ministero cubano della Pesca. Nel 1977 il presidente americano, Jimmy Carter, avviò un primo disgelo che condusse all'apertura di sezioni d'interessi nelle rispettive capitali. Quella americana, nell'edificio dell'ambasciata, operava sotto la protezione svizzera. Mentre quella cubana si appoggiava alla Cecoslovacchia. Nel 1991, con la fine del blocco sovietico, anche Cuba si è affidata alla Svizzera per la sua rappresentanza a Washington. Tornano i marines che nel '61 ammainarono la bandiera Usa Torneranno domani a Cuba i tre marines che a mezzogiorno del 4 gennaio 1961 ammainarono la bandiera a stelle e strisce all'ambasciata americana, quando furono rotte le relazioni diplomatiche. E saranno nuovamente loro a issarla: "Faremo qualcosa che non molti marines hanno fatto. È entusiasmante", afferma uno di loro, il 75enne Larry Morris. Quel giorno, dopo aver bruciato pile di documenti, i tre marines si diressero verso la bandiera. C'era ancora una piccola folla di cubani in attesa che speravano di ottenere il visto. "Credo che capirono subito. Liberarono la strada", racconta un altro dei tre marines, il 78enne James Tracy. Mentre Tracy salutava la bandiera, Morris tirava la corda per farla scendere. Mike East, oggi 76enne, prese il vessillo e i suoi due compagni l'aiutarono a ripiegarlo. I cubani presenti applaudirono educatamente. Poi i marines dovettero andarsene, assieme al resto del personale. Lungo il breve tratto verso il pulmino erano schierati donne e uomini della milizia rivoluzionaria cubana. Ma i tre marines non hanno cattivi ricordi di Cuba, malgrado i rapporti bilaterali sempre più tesi dopo l'avvento della rivoluzione castrista nel gennaio 1959. Erano giovani e frequentavano la vita notturna dell'Avana. "La gente non voleva che andassimo via. Noi potevamo fare cose per loro e loro potevano farne altre per noi. Ci piacevano", ricorda Tracy.
Cuba, Kerry riapre l'ambasciata Usa
La cerimonia senza dissidenti. Castro festeggia 89 anni e attacca: "Ci devono un indennizzo per milioni di dollari"
