Esteri

Il vescovo degli oppressi diventa beato

Romero fu ucciso mentre celebrava Messa. Oggi la cerimonia a San Salvador Il postulatore: "Chi voleva farlo tacere, voleva zittire la Chiesa del Concilio"

Quella che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, celebrerà oggi a San Salvador davanti a una folla di fedeli (attese tra 250.000 e 300.000 persone) non sarà una beatificazione come le altre. Perché al di là del riconoscimento della santità di Oscar Arnulfo Romero c’è il significato politico, nel senso più alto del termine, che assume per il pontificato di Francesco. L’arcivescovo salvadoregno fu ucciso mentre celebrava la messa in un ospizio, nella cappella della Divina Provvidenza, il 24 marzo 1980, da un sicario dei famigerati squadroni della morte di Roberto D’Aubisson. Il Paese sarebbe poi precipitato nella guerra civile che provocò decine di migliaia di morti. Ma sparizioni, omicidi e torture erano già cominciati da tempo e mons. Romero pagò con la vita il fatto di non tacere di fronte all’ingiustizia, di essersi schierato apertamente dalla parte dei campesinos , dei poveri, degli oppressi. Una scelta non ideologica ma pienamente evangelica, come ha sottolineato il cardinale Amato. Basta rileggere quanto Romero disse durante i funerali di padre Rutilio Grande, il gesuita ucciso il 12 marzo 1977, primo sacerdote caduto sotto i colpi della dittatura oligarchica, per il quale è stata aperta la causa di beatificazione e che ispirò l’azione dell’arcivescovo: «La liberazione che padre Grande predicava s’ispirava alla fede (...) Finché non si vive una conversione del cuore (...) tutto sarà debole, rivoluzionario, passeggero, violento. Non cristiano». E aggiungeva che l’opzione per i più deboli non avveniva «per ispirazione rivoluzionaria, ma per ispirazione d’amore». Eppure, mons. Romero ha dovuto aspettare un Papa sudamericano per essere riconosciuto martire. Sono state tente le resistenze alla sua beatificazione. Certamente non da parte di Giovanni Paolo II, che nel 1983 volle andare a pregare sulla sua tomba dove affermò «Romero è nostro». E neppure da parte di Benedetto XVI, che sbloccò l’iter della causa. Tra chi «rallentava» il processo c’era il cardinale colombiano Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia e di fatto «plenipotenziario» di Giovanni Paolo II per l’America Latina. Un’opposizione in buona fede: il porporato, come ha ricordato anche Jesus Delgado, storico segretario di Romero, si basava sulle informazioni che gli giungevano. E molte di queste erano distorte. Del resto, è la storia del vescovo martire: calunnie, dicerie, voci di coinvolgimento con la teologia della liberazione e tendenze marxiste, il più delle volte alimentate da preti e vescovi compromessi con il regime. Tutte accuse rivelatesi infondate durante il processo canonico, come ha ricordato il postulatore della causa, mons. Vincenzo Paglia. Dunque una scelta di fede, autentica. Romero era consapevole di rischiare la vita. In una intervista a «Prensa Latina» concessa il 15 febbraio 1980, un mese prima di essere ucciso, disse «mi è giunta notizia di essere stato incluso nella lista delle persone da eliminare. Statene certi: nessuno può uccidere la voce della giustizia. Tornerà a farsi sentire e, prima di quando ci si aspetti, vincerà». «Chi voleva far tacere Romero - ha detto mons. Paglia - voleva far tacere la Chiesa del Vaticano II. Per questo fu ucciso sull’altare». Che Francesco spingesse per la beatificazione non è un mistero. Delgado ricorda che durante la Conferenza di Aparecida del 2007 l’allora arcivescovo Bergoglio disse che se fosse stato Papa avrebbe spedito proprio Trujillo a beatificarlo. E ora, da Pontefice, ne fa un simbolo della Chiesa che non ha paura di denunciare la corruzione e l’ingiustizia, di camminare accanto a chi soffre. Agli ultimi.

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