Andreas Lubitz è il colpevole perfetto per una tragedia che non trova (al momento) spiegazioni. Bravo ragazzo con la passione del volo, a 14 anni già alla cloche di alianti. Per pagarsi le lezioni all’aeroclub, dopo la scuola lavorava al fast food Burger King di Montabaur, il paesino della Renania dove viveva con i genitori. Poi il brevetto di pilotaggio, l’approdo a Germanwings e il sogno di arrivare a Luthansa, la compagnia-madre simbolo della Germania nel mondo. Quindi la malattia, la depressione, la follia che lo avrebbe portato il 24 marzo scorso a schiantare un Airbus, uccidendo 149 persone. Solo per suicidarsi. Tutto troppo perfetto. A partire dai mille dettagli rivelati «ad arte» e che sembrano voler imporre la pista della pazzia. Certificati medici, problemi psicologici dispensati a piene mani da ex fidanzate e amiche, ricette di psicofarmaci. Tutto sembra voler portare l’attenzione del mondo verso l’ipotesi del gesto estremo di bravo ragazzo travolto da un insolito e tragico destino. Eppure la Procura di Marsiglia ha sottolineato più volte che non esclude nessuna pista. Neppure l’attentato, stralciato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama a poche ore dalla tragedia senza che nemmeno la prima scatola nera fosse stata ritrovata. Non vengono inoltre esclusi dagli inquirenti il guasto di un componente del velivolo e l’avaria . Tanti i «buchi» nella vicenda. L’ Airbus 320 è partito con mezz’ora di ritardo, alle 10, da Barcellona. Qualche settimana prima il volo LH 1172 della Luthansa scese improvvisamente di tremila piedi prima che i piloti potessere riguadagnarne il controllo. In quell’occasione, come ora, Lufthansa Technik (che lavora pure per Germanwings) garantì che la manutenzione del velivolo era okay. La registrazione delle conversazioni in cabina, poi recuperata, dimostrerebbe che proprio il copilota ventisettenne Lubitz sia responsabile dello schianto. Ma qualcos’altro potrebbe aver influito, indipendentemente dal gesto (premeditato o meno) da Andreas Lubitz. Certo è che decollare da Barcellona e schiantarsi dopo 47 minuti alla città-sorella Barcelonnette manco a prenderci la mira! La mira potrebbero averla presa invece aerei da caccia che proprio nelle stesse ore stavano conducendo un’esercitazione militare. Per fermare un missile balistico intercontinentale lanciato verso il sud Europa. Un obiettivo simulato ma «vero», secondo alcuni quotidiani che hanno riportato la notizia, il «colpo» tirato dall’ipertecnologico laser Hellads nel tentativo di bloccare un fantomatico missile balistico intercontinentale. Un colpo da lanciare nel vuoto, tanto per testare la velocità di reazione delle forze alleate. Nella porzione di cielo tra Francia, Italia e Svizzera interessata dall’esercitazione non avrebbe dovuto esserci nessuno. Nato e forze armate comunicano in anticipo i training alle autorità aeronautiche civili, che avvertono i voli di linea. L’ Airbus avrebbe dovuto essere diecimila metri più in alto e più a est. Era a soli seimila piedi di quota e non ai 38mila previsti. Più aerei da combattimento sono stati visti da testimoni prima e dopo lo schianto del volo low cost. La Francia avrebbe fatto decollare un solo jet da ricognizione perché per otto minuti l’ Airbus non ha risposto agli uomini-radar che chiedevano di fornire la posizione. Un’operazione di routine per capire se il velivolo potesse essere stato dirottato da terroristi. Il ricognitore non ha però trovato l’A320. Si era già polverizzato contro il massiccio delle Trois Evêchés. «Non è esploso», tutti a sentenziare un attimo dopo senza uno straccio di prova in mano. E, contrariamente a quanto accade per i disastri dell’aria, a portare le condoglianze non il Ministro dei Trasporti ma il presidente francese Francois Hollande, la Cancelliera tedesca Angela Merkel e il premier spagnolo Mariano Rajoy. A bordo c’era forse qualche capo di Stato? No. Gente comune, studenti, qualche musicista, la dirigente di una società che lavora per il Pentagono. E il dubbio che dietro la tragedia non ci sia solo un attimo di follia resta.
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