C’era un terzo uomo al Bardo. Si sarebbe occupato della logistica dell’attentato. E sarebbe ancora in fuga. Lo ha rivelato ieri il presidente tunisino Beji Caid Essebsi in un’intervista rilasciata nello stesso museo della capitale. Proprio 24 ore prima il ministero dell’Interno aveva diffuso la foto di un’altra persona sospettata di essere coinvolta nell’attacco di mercoledì scorso. Il sospetto non avrebbe, comunque, preso parte all’aggressione. «Di sicuro erano in tre perché sono stati identificati e filmati dalle telecamere di sorveglianza», ha detto Essebsi. Resta incerta la matrice dell’attentato: i militanti dello Stato islamico hanno rivendicato la responsabilità dell’attacco, ma anche alcuni account sui social network legati a un gruppo affiliato ad al-Qaeda in Tunisia hanno pubblicato presunti dettagli dell’operazione. Altre tre persone forse collegate al gruppo entrato in azione a Tunisi la scorsa settimana sono state fermate dalla polizia. A Sfax, nel sud del paese nordafricano, un reduce della guerra in Siria è stato prelevato nella sua abitazione su ordine della procura e condotto al commissariato locale. Nel corso della perquisizione effettuata all'interno della sua abitazione sono stati trovati documenti a sfondo jihadista. Nella notte due presunti terroristi sono stati bloccati nella zona di Ras al Jabal, vicino Biserta, a nord di Tunisi. Si sospetta che facciano parte di un gruppo estremista islamico perché sono stati trovati in possesso di materiale che porta verso quella pista, ora al vaglio degli investigatori. I due avevano anche diverse mappe, tra cui una della zona di confine tra Tunisia e Algeria e alcune del museo del Bardo, considerate riconducibili all’assalto. E una rubrica telefonica con nomi e numeri di personaggi algerini che riconducono ai gruppi jihadisti. A proposito dell’attacco al museo, Essebsi ha ammesso che «ci sono state delle défaillances» nella sicurezza. «I nostri servizi di sicurezza hanno reagito in modo molto efficace per porre fine rapidamente all’attacco, evitando certamente decine di morti in più che ci sarebbero stati nel caso in cui i terroristi fossero riusciti ad attivare le cinture esplosive. Ma, a monte, la polizia e i servizi non sono stati abbastanza sistematici da assicurare la sicurezza del museo», ha affermato. Il presidente, infine, ha sottolineato che «il terrorismo non è una questione tunisina ma anche europea» e «coinvolge certamente anche i francesi e gli italiani». Sempre ieri, poi, sono rientrati alcuni feriti italiani, Tra loro, la torinese Carolina Bottari, che ha perso il marito, Orazio Conte. «Carolina non corre pericoli di vita. È ferita a un braccio, ha una scheggia nella gamba destra e ha una ferita importante sotto una rotula. La degenza sarà un pò lunga ma i medici dell'ospedale tunisino hanno lavorato molto bene - ha detto il fratello Salvatore al Cto di Torino - Lei è una tipa molto tosta. Quando ha fatto la prima telefonata verso l'Italia voleva chiamare, a quanto ha raccontato, qualcuno della Costa e per caso ha chiamato un signore che le ha passato suo figlio», Fabio De Ponte, giornalista, «che ha capito subito la gravità della situazione» e ha contattato il ministero degli Esteri. «Poi si è attivata la Farnesina - ha proseguito Salvatore, visibilmente emozionato - Lei è riuscita a tenere acceso il cellulare senza parlare, per far capire alla Farnesina che c’era gente che sparava. Ci ha raccontato che sono passati a sparare per due volte e che la seconda volta hanno sparato di nuovo, uccidendo Orazio, dopo averli guardati tutti negli occhi».
Al museo c’era anche un terzo uomo
Ora è in fuga e ricercato. Avrebbe dato appoggio logistico ai due jiahdisti eliminati
