Le forze di sicurezza irachene e le milizie sciite hanno ripreso il controllo di gran parte di Tikrit, la città natale di Saddam Hussein finita nelle mani dell'Isis. Fonti ufficiali della provincia di Salah al Din citate dal New York Times hanno annuncisto che le forze governative sono ormai a pochi metri dalla sede del consiglio provinciale e dall'ufficio del governatore. Gli jihadisti hanno già iniziato a ritirarsi, riferisce l'edizione digitale del quotidiano newyorkese, citando fonti della sicurezza. Già in precedenza l'emmittente "al Arabiya" aveva riferito che forze di sicurezza e milizie hanno conquistato l'ospedale centrale situato nell'area meridionale del centro cittadino, mentre il complesso della casa natale di Saddam Hussein, attualmente occupato dallo Stato Islamico è circondato su tutti e quattro i lati. Iniziata la scorsa settimana, la campagna per la riconquista di Tikrit è la piu' importante organizzata dall'esercito iracheno contro i terroristi dello Stato Islamico, che nell'estate del 2014 hanno conquistato gran parte del nord e dell'ovest del paese. La battaglia per Tikrit avrà importanti conseguenze nella lotta per sradicare gli estremisti islamici dall'Iraq, consentendo di spostare piu' a nord il fronte di guerra, che potrebbe condurre in primavera ad un'operazione per riconquistare la città di Mosul, principale roccaforte dello Stato Islamico in Iraq. I bombardamenti della coalizione a guida Usa contro lo Stato islamico hanno consentito di tagliare una importante via di comunicazione tra Siria e Iraq usata dagli jihadisti. Lo riferisce Al Arabiya, citando un comunicato della Combined Joint Task Force al termine di una operazione durata due settimane e terminata sabato scorso. I bombardamenti hanno colpito punti critici della strada 47, intorno alla città di Tal hamis, una cruciale via di comunicazione utilizzata dai miliziani per spostare uomini e materiali in Iraq. Nel comunicato si legge che armi, veicoli militari e posizioni da combattimento sono stati neutralizzati dai raid aerei. Raid a Mosul. La coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti ha ucciso 36 militanti dello Stato islamico con una serie di raid su 11 posizioni del gruppo jihadista nella zona di Mosul, nell'Iraq settentrionale. E' quanto afferma in un comunicato il ministero della Difesa di Baghdad. Nell'attacco, si legge nel documento, sono stati anche distrutti una decina di veicoli utilizzati dallo Stato islamico: secondo Baghdad si è trattato "di un duro colpo per le capacita' militari dell'organizzazione". I raid sembrano rientrare nel quadro delle attività di preparazione per l'offensiva militare su Mosul, prevista per la prossima primavera Siria, fallisce liberazione di 50 famiglie cristiane. Intanto, si consuma il dramma dei civili: cresce l'apprensione per le centinaia di persone rapite dagli estremisti islamici il mese scorso, nel nord della Siria, tra cui almeno 50 famiglie cristiane, in parte ancora tenute in ostaggio. Del sequestro e delle intenzioni dei miliziani, Radio Vaticana ha parlato con mons. Mario Zenari, nunzio apostolico in Siria. Zenari: "Si erano concluse giorni fa le trattative per la liberazione delle 52 famiglie, il rilascio per gruppi doveva avvenire nel giro di 5 giorni. Ma gli ultimi tre autobus prima di arrivare a destinazione e sempre scortati dall'Isis sono stati presi di mira in una imboscata e da quanto è a mia conoscenza hanno anche preso in ostaggio altre persone di altri tre villaggi per coprirsi la ritirata". Soldi, minacce: cosa vogliono i rapitori in cambio di queste famiglie? Zenari: "Non sono al corrente di come stiano andando le trattative. Ma voglio sperare che prevalga la ragione. Non e' la prima volta che i civili vengono presi come scudi umani". In Siria, lei lo ha sempre sottolineato, si combatte contemporaneamente anche la lotta tra regime e ribelli. Nel sud, il regime avrebbe scaricato barili-bomba pieni di gas tossici. Su quanto sta accadendo sul terreno, che testimonianza ci può dare? Zenari: "Il conflitto in queste ultime settimane si è intensificato, anche qui a Damasco, con lanci di mortai. Fra cinque giorni, purtroppo, la Siria entrerà nel suo quinto anno di guerra civile e c'è da temere che in questo triste e doloroso anniversario sul terreno, purtroppo, si assista a muro contro muro e che il richiamo da varie parti alla cessazione della violenza sia caduto ancora una volta su orecchi sordi" NUMERI E MEZZI DEGLI ISLAMISTI L'alleanza proposta in questi giorni da Boko Haram mostra l'internazionalizzazione dello Stato islamico. Ecco, di seguito, una panoramica dell'organizzazione estremista sunnita, da un articolo del quotidiano libanese in lingua francese L'Orient-Le Jour (Olj), rilanciato dall'agenzia Asianews. Un "califfato" e 25 "province". Lo Stato islamico il 29 giugno scorso ha annunciato la nascita di un califfato nei territori a cavallo di Siria e Iraq, due dei nove Paesi in cui il movimento islamista ha piantato le proprie radici. In totale, il gruppo rivendica 25 province (wilayat, in arabo) in Siria, Iraq, Libia, Yemen, Algeria, Arabia saudita, Egitto, Afghanistan e Pakistan. Ed è in Iraq, dove lo SI trae le sue origini, che il numero delle province e' il piu' elevato: 10, in seguito alla creazione dei wilayats di Dijla e di Jazira nel febbraio scorso. Seguono poi la Siria (7) e la Libia (3). Secondo l'esperto di Medio oriente Pieter Van Ostaeyen, nel complesso circa otto milioni di persone vivono all'interno dei territori controllati dallo Stato islamico in Iraq e in Siria. In Libia, aggiunge, "i territori non sono cosi' vasti e non sono sotto il completo controllo dei jihadisti". Louay al-Khatib, ricercatore associato al Brookings Institute, presenta una forbice piu' bassa "che va dai sei ai sette milioni di persone". Una popolazione vasta che obbliga i jihadisti, aggiunge il ricercatore, a "possedere una forza armata potente e numerosa" Lo Stato islamico, quanti uomini? E' davvero difficile valutare nel loro complesso le forze a disposizione dello SI, perché "non vi sono fonti affidabili per fornire una cifra esatta" sottolinea al-Khatib. "E' un gruppo terrorista - ricorda ancora - non convenzionale, che conduce una guerra non convenzionale". Egli valuta il numero dei combattenti "circa 80mila", di cui "almeno 20mila stranieri". Per Pieter Van Ostaeyen, lo SI può contare su un numero di combattenti variabile fra i 60mila e i 70mila anche se "è molto difficile fornire una stima esatta". Se la grande maggioranza di essi si trova in Iraq e in Siria, "si può stimare fra i 1500 e i 2000" il numero dei jihadisti che hanno stretto alleanza con lo SI in Libia. Nella sola Siria, lo Stato islamico avrebbe a disposizione dai 40mila ai 45mila uomini, secondo quanto riferisce il direttore dell'Osservatorio siriano per i diritti umani Rami Abdel Rahmane. Dalia Ghanem-Yazbeck, analista al Carnegie Middle East Center, è molto più prudente sul numero dei combattenti. "Se ci riferiamo al totale, saranno al massimo 25mila" afferma la studiosa, che chiede al contempo di "smetterla di sovrastimare il loro numero" perché "è come far loro pubblicità gratuita". Lo Si è ricco? E' allo stesso modo impossibile determinare le risorse finanziarie a disposizione dello Stato islamico, il quale ha messo le mani sulle ricchezze economiche delle regioni conquistate. Una di queste è il petrolio estratto dai pozzi in Siria e in Iraq. Secondo Van Ostaeyen "essi ne ricavano un gran quantitativo di denaro e lo vendono a chiunque sia disposto a comprarlo" L'oro nero e la vendita dei reperti antichi. A ottobre il sottosegretario americano al Tesoro responsabile degli affari legati al terrorismo e alle informazioni finanziarie David Cohen ha dichiarato che l'oro nero garantirebbe agli islamisti un milione di dollari al giorno. Ma questi numeri sono contestati da Louay al-Khatib, il quale ritiene che lo SI produca "un massimo di 50mila o 60mila barili al giorno"; una quantita' insufficiente per soddisfare la domande "delle popolazioni sotto il suo giogo". Al petrolio, si aggiungono i proventi derivanti dalla vendita di reperti antichi, dai sequestri, dalle tasse e dalle estorsioni impose "ai commercianti locali, che devono pagare un balzello per mantenere aperti i loro negozi". Lo Stato islamico ha anche potuto servirsi degli istituti finanziari delle città conquistate come Mosul, dove le riserve delle banche in termini di liquidità erano di circa 400 milioni di dollari prima dell'offensiva. A riferirlo è Bachar Kiki, il capo del consiglio provinciale di Ninive, di cui Mosul è la capitale. Le risorse finanziarie, secondo Dalia Ghanem-Yazbeck, sono e saranno il nerbo di questa guerra. "Il giorno in cui - prevede la studiosa - lo Stato islamico non avrà più il denaro per finanziare la popolazione che amministra, allora essa gli si rivolterà contro" Come opera lo Stato islamico? La struttura amministrativa dello Stato islamico è basata su quella di un qualunque Stato, con al suo vertice Abou Bakr al-Baghdadi, auto-proclamatosi califfo. Egli è assistito da una serie di vice "territoriali" e un comando militare. Baghdadi è al tempo stesso sostenuto da un consiglio della shura, che raggruppa gli alti vertici jihadisti e, secondo alcune informazioni, vi sono anche altri consigli specifici, che si occupano nel dettaglio di questioni militari, della sicurezza, economiche e mediatiche. Al contempo, lo Stato islamico è divenuto un maestro nell'arte della comunicazione grazie all'utilizzo sistematico delle nuove tecnologie. Esso è diventato "un marchio di fabbrica con una forza attrattiva, come la Coca Cola o Mc Donald's" spiega Dalia Ghanem-Yazbeck. "La sua vera forza è virtuale, su internet, su YouTube... A ogni sconfitta militare sul campo o quasi, essi pubblicano un video shock per fare in modo che si parli di loro. E' un modo di compensare la sconfitta militare attraverso la propaganda"
Isis, gli iracheni si riprendono Tikrit: jihadisti in ritirata
La coalizione taglia una strategica via di comunicazione tra Siria e Iraq usata dai terroristi. All'interno un approfondimento su numeri e mezzi in dotazione agli islamisti
