Esteri

I fratelli Kuoachi verso il Belgio dall’ex imam cacciato da Arezzo

I fratelli Chérif e Said Kouachi, autori della strage al Charlie Hebdo, dopo l'attentato hanno cercato di fuggire in Belgio, dove ad aspettarli avrebbero trovato, tra gli altri, l'ex imam di Arezzo Najib Billami. Una figura inquietante e pericolosa, nel mirino dell'intelligence subito dopo l'11 settembre. Nel 2001, infatti, Billami e la moglie sono scappati dall'Italia e si sono rifugiati proprio in Belgio, per sfuggire ai controlli. L'uomo, però, ha continuato a far parte del filone jihadista che ha ancora una base nel Paese. La maggior parte delle armi utilizzate negli attacchi terroristici in Francia, infatti, secondo fonti di polizia furono acquistate illegalmente da Amedy Coulibay proprio in Belgio: la mitraglietta Scorpion e la pistola Tokarev impiegata da Coulibaly per l'assalto e la strage al supermercato kosher di Parigi provenivano da Bruxelles e da Charleroi. I due kalashnikov utilizzati dai fratelli Kouachi per la strage nella redazione di Charlie Hebdo furono invece acquistati da Coulibaly nei pressi della Gare du Midi, a Bruxelles, per meno di 5mila euro. Il ruolo e la figura di Najib Billami, dunque, ritorna nella vicenda della strage al Charlie Hebdo come elemento di un filo conduttore che porta indietro nel tempo. Gli investigatori sospettano che i due fratelli, oltre che per l'acquisto delle armi, in Belgio avessero una vera e propria base, che offriva loro supporto logistico di ogni tipo. Il nome dell'ex imam di Arezzo, poi, compare anche nella vita di un altro estremista islamico, il defunto Adel Smith. Durante un viaggio di quest'ultimo nell’ex Jugoslavia, il noleggio del camper utilizzato per la trasferta fu pagato proprio da Billami. L'ex imam della Toscana è tutt'ora considerato un estremista che in Italia avrebbe anche fatto indottrinamento e arruolamento. Tra i combattenti volontari partiti dall’Italia, spicca Giuliano Delnevodi cui ieri ha parlato il premier Renzi. «Lo dico a padre a padre con il massimo rispetto che si deve a chi ha perso un figlio, ma quello non era un eroe. Non diamo messaggi sbagliati. Quei tre ragazzi che hanno ucciso non sono degli eroi». All'indomani dell'11 settembre Billami si sentiva braccato e così ha lasciato l'Italia verso quello che considerava un porto sicuro: il Belgio. Da qui, però, non ha mai smesso di praticare l'Islam più estremo e già nel 2005 ha dato il suo contributo alla jihad in occasione della pubblicazione delle prime vignette satiriche sul Profeta. Quando il giornale danese «Jyllands-Posten» pubblicò le prime vignette satiriche su Maometto, la reazione della comunità islamica internazionale su fortissima. Gli Imam danesi, con a capo Ahmed Abu Laban, avrebbero deciso di cogliere la palla al balzo per alzare la tensione, anche in risposta ad un presunto clima islamofobico creatosi già dopo l'attentato alle Torri Gemelle di New York. E così venne composto un «Dossier a difesa del Profeta» con l'inserimento di vignette satiriche contro l'Islam false, ma molto più blasfeme. Alla fine, su 43 immagini, solo 12 erano quelle originali pubblicate dal giornale danese. Alla compilazione del testo, dunque, avrebbe partecipato anche Najib Billam, infarcito di odio verso l'Occidente, che da lontano avrebbe gestito la realizzazione del progetto. Nei mesi di ottobre e novembre dello stesso anno, il mondo islamico radicale decise quindi di passare all'azione. Il clima di islamofobia che denunciavano rappresentava, come oggi, una buona motivazione per dare il via da una vera e propria escalation di violenze. Il battesimo del fuoco avvenne mediante un’apposita campagna telematica jihadista, che aveva il compito di amplificare e diffondere l'offesa subita dall’Islam, cagionata dalle vignette del giornale danese. Nei mesi successivi gli imam danesi si recarono in Egitto, Arabia Saudita, Siria, Libano e Giordania per consegnare nelle mani delle autorità e dei leader religiosi il dossier scandalo contro la religione musulmana e proponendo una reazione dura nel confronti degli infedeli. Poco dopo, l’Organizzazione della Conferenza Islamica siglò un documento in cui denunciò l’islamofobia dilagante e chiese all'Occidente addirittura l'intervento delle Nazioni Unite, con un'apposita risoluzione che riconoscesse l'islamofobia come una forma di razzismo.

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