«Todos somos americanos», quindi Cuba libre, d’accordo, brindiamoci su. Ma la domanda è: grazie al Papa argentino? Si, parola di Obama. È questa la risposta all’interrogativo che si spalanca di fronte all’ultima caduta simbolica di una cortina di ferro che ha separato per decenni - di fatto - l’Occidente liberale e quel che restava di un comunismo sbriciolato nei cortili del Continente latino-americano, a due labbra dagli Stati Uniti Sì, perché un Barack Obama in difficoltà in Usa, per la crisi (di consensi) sulle proprie scelte politiche, dopo aver perso le elezioni di medio termine ed aver visto abortire la proposta di riforma della sanità pubblica, ha provato a tirar fuori dal proprio cilindro a stelle strisce il numero ad effetto: accarezzare la barba di Fidel Castro, anziano ed ormai iconico, assieme ad i baffi del fratello Raul (in senso metaforico, ovviamente), da americano: nella sostanza politica, la traduzione è in un termine. Riappacificazione con Cuba e riapertura dell’ambasciata americana a L’Avana. Certo, scritta così parrebbe la fine facile di una fiaba e di un incubo assieme, ma si tratta di una svolta storica e politica: quell’isola comunista, legata alla rivoluzione di Fidel Castro - e del mito del Che Guevara, un’icona in vita e pure da morto, con la barba ed il basco con stella stampigliata, piuttosto che cadavere sdraiato ed assassinato dalla controrivoluzione - di cui quest’anno cadono i 55 anni dalla cacciata del dittatore Batista (un pugnale geografico piantato nel ventre della Florida e dell’America, a due passi di mare) torna ad essere amica dello zio Sam. Perlomeno un avamposto non ostile. «Todos americanos», appunto. I retroscena già fioccano, e sbarcano persino a Roma, alla Città del Vaticano, terra di Papi e di spiritualità per fedeli. I colloqui segreti fra i rappresentanti statunitensi e quelli cubani per la mediazione nei rapporti fra Stati Uniti e Cuba sarebbero durati oltre un anno e si sarebbero tenuti in Canada e in Vaticano, avrebbero visto il coinvolgimento diretto persino di Papa Francesco, Bergoglio, l’argentino. Lo riferiscono fonti ufficiali statunitensi coperte dall’anonimato, spiegando che il Pontefice quest’estate avrebbe inviato lettere separate a Barack Obama e a Raul Castro chiedendo loro di riavviare le relazioni fra i due Paesi. Come segno tangibile della distensione, sono stati liberati il contractor statunitense Alan Gross in mani cubane e tre agenti dei servizi segreti dell’isola detenuti negli Usa. Parlando alla sua America, ieri pomeriggio alle sei del pomeriggio, ora italiana, il presidente Barack Obama ha annunciato la normalizzazione dei rapporti tra Usa e Cuba, spiegando di aver già dato mandato a John Kerry per riavviare i negoziati fermi dal 1961, anno segnato dal tentativo della Baia dei Porci voluto da JF Kennedy e seguito a breve dalla crisi missilistica, con l’azzardo del presidente sovietico Krusciov di puntarli in faccia all’America, quei missili. Di quella guerra fredda, oggi, collassato da decenni il comunismo, resta assai poco, tutt’al più una calligrafia sui murales nelle strade dell’Avana ed i ricordi di un Fidel Castro del secolo scorso. Resta niente, al punto che ieri Obama ha rotto l’ultimo tabù statunitense, spiegando agli americani che l’embargo è fallito: «Cuba - ha detto al Congresso - sarà tolta dalla lista nera del terrorismo e noi nomalizzeremo le relazioni» con l’isola caraibica. Poi, il riconoscimento che non ti aspetti. Il presidente Usa ha spiegato al Congresso: «Voglio ringraziare Papa Francesco» per il ruolo svolto nel riavvicinamento tra Usa e Cuba. Anche Castro ha riconosciuto i meriti del Pontefice. Dopo la mano de Dios di Diego Maradona ai mondiali del Messico 1986, contro l’Inghilterra che avevo osato alle Falkland, quella di Papa Francesco sembra essere un’altra mano di Dio, provvidenziale e meno laica, per una riappacificazione che farà storia e non per una metafora calcistica di rivalità. Ieri Obama lo ha detto fuor di metafora: «Ho autorizzato un aumento dei collegamenti di telecomunicazioni tra Stati Uniti e Cuba», aggiungendo che le aziende «saranno in grado di vendere merci che permetteranno ai cubani di comunicare con gli Usa e con altri Paesi. L’aumento dei commerci - ha proseguito - è una buona cosa per americani e cubani». Cinquant’anni di isolamento non hanno funzionato, ha sottolineato agli americani Obama. Oggi, che il quadro geografico dei blocchi politici è mutato da tempo e il mondo fa i conti con l’integralismo islamico che taglia le teste degli occidentali rapiti, Cuba incarna un dettaglio e con lei il comunismo evaporato. Nulla di più. E il fatto che Papa Francesco scriva lettere ad Obama e Raul Castro rappresenta una scelta politica, di pace certo, ma politica. Papa Wojtyla, all’inizio del suo Pontificato, puntò dritto sulla Polonia, sul bisogno di libertà dei paesi dell’Est e fece di questa propria militanza evangelica l’inizio del crollo dei regimi dell’Est. Perché, come ha scritto il poeta Jorge Luis Borges, argentino come Papa Francesco, «un uomo gradatamente si identifica con la forma del proprio destino. Un uomo è, a lungo andare, le proprie circostanze». Todos somos americanos, d’accordo. Libertà permettendo.
Pace fatta tra Usa e Cuba. Grazie al Papa
Riprese le relazioni. Obama e Castro riconoscono il ruolo di Francesco. La svolta dopo il rilascio di un contractor Usa e di tre prigionieri isolani
