Presidente Loris De Filippi, lei è a capo di Medici Senza Frontiere Italia, per poco più di dieci anni a Lampedusa: cosa vi ha insegnato questa esperienza? «Dunque, più che dire cosa ci ha insegnato, ci ha messo in contatto con il fenomeno dell’immigrazione. Lavoravamo a 8 mila km da casa, ora siamo anche in Italia. Negli anni, a parte Lampedusa, abbiamo fatto un lavoro capillare all’interno dei Centri di accoglienza. Nei campi del Sud, favorendo l’accesso alle cure che di fatto era garantito dalla legge Turco-Napolitano e poi dalla Bossi-Fini. Abbiamo la bocca amara, a ridosso dell’anniversario, ci troviamo nella stessa situazione di 10 anni fa. Quando arrivarono dei somali morti sulle coste. abbiamo chiesto al governo di incrementare la capacità di accoglienza delle persone. Il fenomeno era già strutturato da tempo,bisognava immaginare dei percorsi che le favorissero. Secondo noi tutto ciò era evidente e importante, e lo è soprattutto oggi. MSF è una delle poche organizzazioni che hanno l’opportunità di essere presenti sia nel paese d’arrivo, sia nei Paesi da cui queste persone scappano. Anche a me è capitato personalmente, sono stato due volte in Siria, sono condizioni estremamente pericolose». Voi dareste il Nobel a quell’isola? « Il Nobel andrebbe dato a tutti gli italiani e a tutte le persone che abitano sulle coste che, mosse da spirito di umanità, danno la possibilità a queste persone di essere accolte. In questo senso andrebbe dato anche agli abitanti di Porto Empedocle, per esempio. Certo, a Lampedusa sono stati eroici». Il caso di Lampedusa, come isola, sta cadendo nel dimenticatoio? Magari sbaglio a dirlo, però... «L’attività di Mare Nostrum dirotta le persone nei porti che hanno la capacità di portare persone e soccorso. Durante le Primavere Arabe, i profughi arrivavano in 4-5 mila per volta. Ci ricordiamo tutti le immagini di queste persone sulla banchina del porto, l’unica accoglienza che ricevevano erano delle coperte . In passato il Centro ha subito dei danni. In questo momento è chiuso. Le navi di Mare Nostrum portano queste persone in centri più adeguati». Quale è il vostro appello, a un anno dalla tragedia? «Soprattutto all’Europa, all’Unione Europea. Stiamo continuando a costruire dei muri, lasciando purtroppo che sia il mare l’unico mezzo per raggiungere l’Europa. Oggi sono in corso conflitti come la guerra in Siria e ci sono crisi importanti come quella in Libia. Dobbiamo continuare l’operazione Mare Nostrum. Il fardello della presenza dei rifugiati è quasi sempre a carico dei paesi limitrofi. In Europa solo alcuni paesi, come la Germania e la Svezia, ospitano alcune migliaia di rifugati siriani, mentre tanti altri hanno dato una disponibilità assolutamente modesta. L’Italia e gli italiani hanno mostrato la loro solidarietà per i profughi, ma sull’accoglienza il governo italiano deve fare un percorso diverso da quello fatto in questi anni, rispettando la direttiva europa per gli standard minimi di accoglienza. Un altro appello che rivolgiamo al governo riguarda i richiedenti asilo. Nell’ultimo periodo in alcuni paesi dell’Unione Europea, come la Grecia o la Bulgaria, ci sono delle misure di deterrenza e respingimento per i profughi. In Italia, dove i centri di accoglienza sono sovraffollati, potrebbe essere necessaria la sospensione delle convenzione di Dublino, per consentire ai profughi di transitare verso altri paesi europei senza essere registrati in Italia. All’Italia è stato intimato di prendere in maniera puntuale e celere tutte le impronte digitali, di tutti i siriani che entrano in Italia. L’Italia in questo momento non ha la capacità di dare questa risposta e di offrire accoglienza a un numero così elevato di persone. Avevano proposto le foto segnaletiche... Ma se non sbaglio il piano era stato rigettato. «Nell’ultimo periodo, dopo l’appello del ministro dell’interno tedesco ad Alfano, sono riprese in modo capillare le identificazioni, ma crediamo che in Italia possa essere necessaria la sospensione della convenzione di Dublino». Una vita sul fronte: ha una storia commovente da raccontare? «Ce ne sono sicuramente parecchie. Mi è capitato di incontrare molti siriani, ho lavorato con loro nel Nord del Paese. La cosa più drammatica che mi è capitato di sentire è il racconto di persone che hanno fatto tutto per scappare dai centri. Hanno pagato biglietti, taxi che li hanno portati a 60-70 km di distanza, per raggiungere un treno e scappare nel modo più veloce possibile. Si mettono tutti in contatto con parenti e conoscenti . Scappano da una situazione estremamente drammatica: dalle bombe di Bashar Assad e dagli islamisti radicali. Arrivano qui e non trovano niente». Scusi, ma i rifugiati politici che arrivano qui sulle Coste, sono equiparati agli extracomunitari comuni? Come funziona? «Arrivano esattamente nella stessa maniera. I profughi arrivano dalle coste libiche, pochi giorni fa scappavano da casa. I siriani erano più di 3 mila dai porti del Mediterraneo. Scappano dal conflitto in Siria, sapendo che in Bulgaria verranno respinti. Dalla Siria arrivano in Turchia. Dalla Turchia salgono al Nord dell’Europa. Se sanno che non possono arrivare, fanno giri molto pericolosi. Bisogna assolutamente offrire loro un corridoio. Molti dei profughi arrivano in Turchia, in Giordania e in Libano. Solo pochi Paesi in Europa si fanno carico di migliaia di persone. Non è solo un problema dell’Italia». Quanti operatori italiani avete nelle zone di crisi nell’Ebola? Siamo nell’ordine dei dieci, venti? «Sono 20-25», Quali sono le epidemie contro cui combattete in maniera importante in Italia? «L’Ebola no, senz’altro non qui: prima che arrivi da noi, che una persona infetta possa eludere i controlli aereoportuali e soprattutto sopravvivere a un viaggio così lungo e faticoso, il rischio è assolutamente modesto. Le patologie che riscontriamo tra i migranti sono svariate, ma la gran parte di quelli che arrivano qui sono in buono stato di salute. Poi, in 20 giorni al massimo si ammalano: arrivano per raccogliere i pomodori pachino, abitano in casupole diroccate. Sviluppano patologie. Non sono malati di tubercolosi, spesso la prendono qui. Non abbiamo mai visto, in tutti questi anni, una sola patologia epidemica, a trasmissione interumana, arrivata da noi attraverso gli sbarchi. Non abbiamo visto epidemie a Lampedusa. Il problema sono le drammatiche condizioni di vita in cui queste persone sono costrette a vivere in mancanza di un adeguato sistema di accoglienza». Entrate facilmente nei Centri di accoglienza? A volte per la stampa era difficile entrare nei Cie? «Entrare nei centri è molto più agevole oggi, possiamo entrare a Pozzallo. In passato abbiamo avuto dei dissidi con i ministeri degli interni, a seguito di nostre azioni di denuncia, e ne siamo stati allontanati . Anche per la stampa va un po’ meglio, spesso insieme alle visite con Manconi o con qualche parlamentare. ». Medici Senza Frontiere è in prima linea con gli sbarchi dei profughi. Quanti presidi avete? «Al momento l’attività più grossa a Pozzallo, poi ad Augusta. Abbiamo anche lavorato in diversi Cie in Italia, con un progetto di screening per monitorare i casi di tubercolosi». Secondo lei, cosa scatta nella nostra mente: il plauso per la famosa catena umana dei bagnanti sulla spiaggia, davvero commovente, per salvare i clandestini, e ora la paventata chiusura dell’operazione Mare Nostrum. «Mi chiedo quale italiano non dica ‘perché non diamo una mano?’. Credo che le persone abbiano questa propensione all’umanità e alla difesa della vita. In questo momento i migranti vengono spesso strumentalizzati a fini politici. Una forza politica farà una manifestazione per la chiusura di Mare Nostrum. ma sospendere Mare Nostrum significa lasciare che migliaia di persone muoiano nel Mediterraneo. Per noi, come operatori umanitari, non è pensabile . Quest’anno abbiamo avuto tremila morti, mentre la media era di circa 1.500. Se non ci fosse stato Mare Nostrum, ne morirebbero più di quanti ne muoiono ora. Non abbiamo la capacità logistica di accogliere le persone. Ma l’Unione Europea e l’Italia, soprattutto in questi sei mesi di presidenza italiana dell’UE, hanno la responsabilità di accogliere in modo dignitoso queste persone». Intanto è partita la raccolta fondi di Medici Senza Frontiere, Premio Nobel per la Pace, per contrastare l'Ebola: potete mandare un sms al 45507.
«Vi racconto Lampedusa, un anno dopo la tragedia»
A tu per tu con il Presidente di Medici Senza Frontiere Loris De Filippi a un anno dal naufragio: «Darei il Nobel agli italiani che vivono sulle coste. E faccio un appello all’Unione Europea: servono aiuti importanti»
