Esteri

Texas, iniezione letale per Lisa Ann Coleman

La sua vita è stato il prezzo che lo Stato le ha richiesto per il ruolo giocato nel torturare e far morire di fame il figlio di 9 anni della sua compagna

Si chiamava Lisa Ann Coleman ed è morta alle 6.24 di mercoledì mattina, dopo l’iniezione finale di pentobarbital. La sua esecuzione non ha scatenato la violenta reazione dei comitati di tutto il mondo come di solito avviene. È stata l’ennesimo decesso nel braccio della morte in Texas di una condannata a morte. La sua vita è stato il prezzo che lo Stato le ha richiesto per il ruolo giocato nel torturare e far morire di fame il figlio, di soli nove anni, della sua compagna. Prima che le fosse somministrata l’iniezione finale, Coleman ha voluto salutare alcuni amici presenti. Subito dopo il respiro si è fatto pesante e le si sono chiusi gli occhi. La sua morte, hanno detto le autorità, non è stata drammatica. Si è spenta in serenità. Un evento raro, visti gli ultimi orribili casi di morte dolorosa che si sono verificati negli Usa proprio a causa dell’utilizzo del metodo dell’iniezione letale. La Corte Suprema, in uno scatto di sadismo legale senza limiti, ha rifiutato l’appello appena due ore prima che la condanna diventasse esecutiva. La Coleman è diventata la nona assassina e la seconda donna nella storia del Texas a ricevere l’iniezione. A livello federale, lei è la 15esima donna uccisa da quando la Corte Suprema ha dichiarato la pena di morte nuovamente legale nel 1976. Nello stesso periodo, sono morti 1400 uomini sotto le mani del boia. Coleman, arrestata nel 2006 appunto per il rapimento e la morte di Davontae Williams, ha passato mercoledì pomeriggio in una cella nella prigione di Huntsville, nel penitenziario del Texas. Dopo la classica ultima cena, a base di porco e pollo, ha parlato con i visitatori, pianto occasionalmente e a volte anche riso, secondo i resoconti delle guardie che l’hanno accompagnata fino alla fine. Aveva 28 anni, quando la polizia e i paramedici si sono presentati nell’appartamento ad Arlington che condivideva con la sua ragazza di allora, Marcella Williams, nel luglio del 2004. I documenti del processo descrivono il corpo del piccolo Davontae come “profondamente emaciato e sottopeso al punto da far paura”. Pesava a malapena 13 kg, la metà di quanto dovrebbe pesare un bambino di nove anni. Un pediatra ha, successivamente, testimoniato di aver trovato sul corpo ben 250 diverse ferite, comprese bruciature di sigarette o sigari o graffi. La mancanza di cibo lo aveva anche fatto smettere di crescere.«Non c’era una sola parte del suo corpo che non fosse stata sottoposta a una qualsiasi genere di violenza». Lo ha detto Dixie Bersano, uno degli avvocati dell’accusa contro la Coleman. Mentre la Coleman è stata condannata alla pena di morte, anche a causa di precedenti legali nella sua storia, la Williams ha raggiunto un accordo con la Corte: una condanna a fine pena mai. La decisione della Corte ha fatto insorgere Fred Cummings, avvocato della Coleman. «Marcella, come la mia cliente, era colpevole; questa disparità di trattamento ha messo in luce la necessità di quanto sia importante riformare il sistema della pena capitale di questo paese». Ha dichiarato in una recente intervista.

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