Esteri

Nessuno conflitto religioso sul Nagorno-Karabakh

Con riferimento all'articolo «Baku incassa il pieno sostegno italiano sul Nagorno Karabakh» pubblicato su «Il Tempo» il 5 agosto 2014, l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia chiede la pubblicazione...

Con riferimento all'articolo «Baku incassa il pieno sostegno italiano sul Nagorno Karabakh» pubblicato su «Il Tempo» il 5 agosto 2014, l’Ambasciata della Repubblica d’Armenia chiede la pubblicazione della seguente rettifica. Documenti inesistenti non possono essere commentati. L’articolo de «Il Tempo» fa riferimento ad un presunto documento italo-azero e ad una fantomatica svolta nella posizione ufficiale italiana, da sempre caratterizzata da una costruttiva equidistanza, sul conflitto in Nagorno-Karabakh. Di fatto, il giornalista basa la sua ricostruzione sulle chimere dell’ambasciatore azero e del dittatore dell’Azerbaigian Aliyev. Sono sicuro, però, che i miei colleghi italiani sapranno ben rispondere a chi attribuisce loro, indebitamente, posizioni a loro aliene. Con un doveroso approfondimento giornalistico l’autore avrebbe potuto scoprire che le trentamila vittime della guerra erano armene e azere, che il milione di profughi e sfollati comprendeva armeni e azeri. Una superficiale ricerca avrebbe rivelato che il conflitto in Nagorno-Karabakh viene generato dall’esercizio del diritto di autodeterminazione della maggioranza armena (con un legittimo referendum nel 1991), seguito da una vera e propria invasione azera, e non si basa su pretese territoriali armene, che la parte armena non ha mai posto il conflitto sul piano religioso e che la demonizzazione della diaspora armena, composta dai discendenti dei sopravvissuti al genocidio armeno, è una odiosa pratica condannata dai più. È loquace, e molto, nell’articolo, il totale silenzio sull’escalation militare in corso in questi giorni, senza precedenti a partire dalla tregua del 1994, lungo la linea di contatto in Nagorno-Karabakh e il confine armeno-azero. La comunità internazionale sembra puntare il dito contro l’Azerbaijan che, a differenza dell’Armenia e del Nagorno Karabakh, rifiuta il ritiro dei cecchini dalla prima linea e ogni meccanismo per il consolidamento del regime di tregua e di indagini sulle violazioni di tale regime. L’Azerbaijan ha aumentato la spesa militare del 2.700 per cento negli ultimi dieci anni e minaccia la ripresa della guerra. Suggerirei al giornalista, ma anche all’ambasciatore Sadiqov, la lettura di un buon manuale di diritto internazionale, soprattutto dei paragrafi dedicati al divieto dell’uso e della minaccia dell’uso di forza. L’opzione militare è evitabile attraverso i negoziati coadiuvati dal Gruppo di Minsk. Evitiamola.

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